C’è un punto in cui la retorica smette di aiutare le cause e comincia a indebolirle. E quel punto, nel discorso di Francesca Albanese a Taranto, sembra essere stato superato con una certa disinvoltura. Perché va benissimo denunciare, scuotere, perfino esasperare i toni per accendere un riflettore. Ma quando si arriva a mettere sullo stesso piano Taranto e la Palestina, il rischio non è solo quello di esagerare: è proprio quello di perdere il senso delle cose.Non bastava Tomaso Montanari. Ieri anche sul palco la Albanese a sentenziare: “Taranto, come la Palestina, è una zona di sacrificio, una zona di eccezione al diritto e alla giustizia, un luogo in cui le regole vengono sospese, violate e interpretate per volontà di pochi, a discapito di molti. Mentre pochi continuano ad arricchirsi, tanti continuano a morire e ad ammalarsi”. È un passaggio che colpisce, perché dentro c’è una verità parziale — Taranto è davvero un simbolo di contraddizioni irrisolte — ma anche una forzatura evidente. Perché Taranto non è una “zona di eccezione al diritto” nel senso in cui può esserlo un territorio attraversato da un conflitto armato permanente.Ed è proprio questo il punto che salta quando si costruiscono parallelismi così estremi. La Palestina è una questione geopolitica complessa, drammatica, che riguarda guerre, equilibri internazionali, sicurezza, terrorismo, diplomazia. Taranto è una ferita industriale, ambientale e sociale aperta da decenni, figlia di scelte politiche e industriali precise. Metterle insieme sotto la stessa etichetta di “sfruttamento” rischia di essere più ideologico che utile. Ma ci siamo anche abituati.Quando poi Albanese arriva a dire: “I bambini di Taranto sono sacrificabili come i bambini di Gaza“, il discorso compie un ulteriore salto. È una frase che punta dritta allo stomaco, ma proprio per questo meriterebbe ancora più cautela. Perché il dolore non si misura e non si mette in classifica, certo. Ma i contesti sì e ignorarli significa confondere responsabilità, cause e possibili soluzioni. A Taranto si discute di bonifiche, di emissioni, di lavoro, di salute pubblica. A Gaza si parla di guerra, di civili sotto attacco, di crisi umanitaria. Non è la stessa cosa e far finta che lo sia non aiuta né gli uni né gli altri. Però una cosa è certa: è più facile strappare applausi.C’è poi un altro aspetto che emerge con forza dal discorso: questa idea che tutto sia collegato in un unico grande schema. “Il nesso tra la logica dello sfruttamento, il potere politico ed economico qui a Taranto come in Palestina, è evidente”, dice Albanese. Ed è qui che si riconosce una narrazione ormai consolidata, che tende a leggere ogni fenomeno — dall’industria pesante alle guerre — come espressione di un unico sistema. È una chiave interpretativa che ha il pregio della semplicità, ma anche il difetto di essere, appunto, troppo semplice. Perché se tutto è collegato, allora nulla è davvero distinto. Se tutto rientra nello stesso schema, allora ogni problema diventa intercambiabile. E così si finisce per parlare più di “interconnessione delle lotte” che di soluzioni specifiche. Più di “movimenti globali” che di interventi concreti. Più di consumo critico che di politiche industriali serie.Leggi anche: Francesca Albanese? Pensierini da 5° elementare. È inutile come l’OnuNon sempre condividiamo le sue posizioni;. Pure l’Onu scarica AlbaneseNon è un caso che nel discorso trovi spazio anche l’attacco al Concertone di Roma e alle sponsorizzazioni, come se il nodo centrale fosse sempre lo stesso: il sistema, le multinazionali, il potere economico. Temi legittimi, per carità. Ma anche qui viene da chiedersi se questa impostazione aiuti davvero a risolvere i problemi o se non finisca, invece, per riproporre sempre lo stesso copione. Perché, alla fine, il rischio è proprio questo: che si dica sempre la stessa cosa, con parole diverse. Che si torni sempre allo stesso schema interpretativo, indipendentemente dal contesto. Che Taranto diventi Gaza e Gaza diventi qualunque altra cosa, in un gioco di specchi che semplifica tutto e non chiarisce niente.Taranto ha bisogno di risposte serie, concrete, misurabili. Ha bisogno di politica, nel senso più concreto del termine: decisioni, investimenti, responsabilità. Non ha bisogno di essere trasformata in una metafora globale per rafforzare una tesi. Perché quando tutto diventa simbolo, spesso si perde di vista la realtà. E la realtà, a Taranto come altrove, è già abbastanza complicata senza bisogno di essere forzata dentro paragoni che, più che illuminare, finiscono per confondere. E lasciare pensare che tutto sia destinato a ricevere una standing ovation.Franco Lodige, 2 maggio 2026L'articolo Albanese dal palco la spara grossa: “Bimbi di Taranto come a Gaza” proviene da Nicolaporro.it.