C’è una differenza sostanziale tra giornalismo d’inchiesta e insinuazione. Ed è proprio su quel confine che, negli ultimi tempi, Sigfrido Ranucci sembrerebbe essersi smarrito.Per capire perché, bisogna tornare a quanto accaduto durante una puntata di È sempre Cartabianca. Nel corso della trasmissione, in onda su Rete 4, viene citata dal conduttore di Report una segnalazione — non verificata — che collocherebbe il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un contesto controverso nell’ambito del caso Minetti: “Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Carlo Nordio nel ranch di Cipriani, in Uruguay“. Non un fatto accertato, ma un’ipotesi introdotta in diretta televisiva davanti a milioni di spettatori.A quel punto accade qualcosa di raro: il diretto interessato interviene in trasmissione e smentisce con decisione, in tempo reale, definendo la ricostruzione di Ranucci del tutto infondata. Il confronto è netto, pubblico, senza filtri. Ed è proprio questo passaggio a rendere il caso emblematico: da un lato una “voce da verificare”, dall’altro una smentita immediata e inequivocabile.Fine della storia? Non proprio. Perché, anche quando una notizia si rivela fragile o priva di fondamento, l’effetto mediatico resta. Resta il dubbio insinuato, resta il titolo implicito, resta quella zona grigia in cui il pubblico non distingue più tra ciò che è stato provato e ciò che è stato solo evocato. Ed è qui che il giornalismo d’inchiesta rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: una macchina del fango che produce sospetti non supportati dai fatti.Perché, quando si lancia una notizia non verificata di tale gravità su un membro importante del governo, non si sta “facendo informazione”: si sta orientando l’opinione pubblica. E se lo si fa da una posizione di enorme visibilità — costruita anche grazie a un uso spregiudicato del servizio pubblico — la responsabilità è doppia. Non è solo una questione di libertà di stampa, ma di correttezza nell’uso di uno spazio pagato dai cittadini.Non è un caso che la Rai sia intervenuta con un richiamo formale, sottolineando criticità precise: la verifica delle fonti, la gestione di informazioni potenzialmente lesive, l’equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della reputazione. Non dettagli tecnici, ma pilastri del mestiere.Il punto, allora, non è difendere o attaccare l’operato di un ministro. Il punto è chiedersi se sia accettabile che il giornalismo d’inchiesta scivoli verso un modello in cui l’ipotesi diventa notizia e la suggestione prende il posto dei fatti. Un modello che può funzionare nel breve periodo — perché crea attenzione, genera polemica, alimenta il dibattito — ma che nel lungo periodo erode fiducia e autorevolezza.Quando questo accade, il rischio è evidente: non si rafforza il controllo sul potere, ma si indebolisce la credibilità dell’informazione stessa. E, alla lunga, a perdere non è il governo di turno — che può replicare e difendersi — ma il pubblico, che paga e si ritrova con un’informazione meno credibile e meno affidabile.Il giornalismo d’inchiesta, quello serio, è quello che verifica prima di insinuare, che dimostra prima di alludere. Se questa distinzione viene meno, allora sì: più che un’inchiesta, sembra un tentativo di restare rilevanti spostando sempre più in basso l’asticella, fino a raschiare il fondo del barile.Salvatore Di Bartolo, 1° maggio 2026L'articolo Il giornalismo d’insinuazione di Ranucci proviene da Nicolaporro.it.