di Giuseppe Gagliano – La possibile introduzione dei droni Bayraktar TB3 sulla portaerei Cavour segna un passaggio rilevante per la difesa italiana: una scelta operativa che rafforza le capacità della Marina, ma che riaccende interrogativi sulla strategia industriale nazionale e sulla perdita di autonomia nel settore dei velivoli senza pilota. Il TB3, sviluppato dalla turca Baykar, è progettato per operare da navi con ponte corto grazie ad ali ripiegabili e struttura rinforzata e può svolgere missioni di sorveglianza, ricognizione e attacco, ampliando il raggio operativo della Cavour e riducendo l’esposizione degli equipaggi. In un Mediterraneo segnato da crisi diffuse e crescente impiego di droni, questa capacità rappresenta un vantaggio concreto. La scelta si inserisce in un contesto geopolitico complesso, dove la Turchia si è affermata come attore centrale nella produzione e nell’uso dei droni militari e i sistemi Bayraktar sono stati impiegati in diversi teatri, dalla Libia al conflitto in Ucraina, diventando strumenti non solo militari ma anche diplomatici. L’intesa tra Leonardo e Baykar, con la creazione della joint venture LBA Systems, punta a combinare tecnologia italiana e capacità industriale turca per rafforzare la presenza nel mercato europeo. Sul piano operativo, il drone rappresenta un moltiplicatore di forza, soprattutto nelle missioni di controllo marittimo e supporto informativo, ma non sostituisce assetti come gli F-35B e resta limitato nei contesti ad alta intensità, con un valore che dipende dall’integrazione in una rete più ampia di sensori, satelliti e sistemi di comando. Accanto ai benefici militari emerge però una questione più profonda: l’Italia disponeva già di competenze nel settore, in particolare attraverso Piaggio Aerospace e il progetto P.1HH HammerHead, ma dopo anni di difficoltà e mancanza di sostegno l’azienda è stata ceduta proprio a Baykar tra il 2024 e il 2025, segnando il passaggio di un potenziale asset strategico sotto controllo estero. Il caso evidenzia un limite strutturale, ovvero l’assenza di continuità nelle politiche industriali, e una possibile filiera nazionale tra Piaggio e Leonardo non è mai stata pienamente sviluppata, lasciando spazio a soluzioni esterne più rapide ma meno autonome. Il risultato è un paradosso: l’Italia rafforza le proprie capacità militari ricorrendo a tecnologie straniere che avrebbe potuto contribuire a sviluppare internamente. La cooperazione con Ankara risponde a esigenze immediate e riflette un approccio pragmatico in un contesto internazionale competitivo, ma solleva interrogativi sulla sovranità tecnologica e sulla capacità del Paese di sostenere nel tempo le proprie eccellenze industriali. L’eventuale arrivo dei TB3 sulla Cavour rappresenta quindi un doppio segnale: un avanzamento operativo per la Marina e, allo stesso tempo, il simbolo di una strategia industriale incompiuta.