Gaza. La geografia del controllo e la pace che non arriva

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di Giuseppe Gagliano –A Gaza la guerra non si misura più soltanto con i bombardamenti, i morti, le macerie e le tregue continuamente violate. Si misura anche con le linee. Linee tracciate sulle mappe, spostate, aggiornate, comunicate ad alcuni e non ad altri. Linee che non sempre compaiono sul terreno, ma che decidono dove si può vivere, camminare, portare aiuti, cercare acqua, soccorrere feriti. La nuova “linea arancione” indicata da Israele all’interno della Striscia rappresenta proprio questo: una geografia mobile del potere militare.Secondo le mappe trasmesse alle organizzazioni umanitarie, l’area compresa tra la cosiddetta Linea Gialla e la nuova Linea Arancione sarebbe una zona a traffico ristretto, nella quale gli operatori internazionali devono coordinare ogni movimento con l’esercito israeliano. Ma il problema politico e militare nasce qui: se una linea non è resa pubblica, se i civili non sanno dove inizi e dove finisca, se può cambiare secondo la valutazione operativa del momento, allora non è più soltanto uno strumento di sicurezza. Diventa un dispositivo di pressione sulla popolazione.La popolazione palestinese, già quasi interamente sfollata, viene così compressa in spazi sempre più stretti, mentre Israele conserva il controllo diretto o indiretto di una porzione crescente del territorio. Il dato più rilevante è che, tra zona occupata, aree interdette e fasce di coordinamento militare, quasi due terzi di Gaza risultano sottratti a una normale vita civile.Una zona cuscinetto o una frontiera permanente?La giustificazione israeliana è chiara: creare una profondità difensiva dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, impedire il ritorno di Hamas nelle aree più sensibili, proteggere le truppe e consentire il passaggio degli aiuti in condizioni di sicurezza. In questa logica, Gaza viene letta come uno spazio operativo instabile, dove ogni movimento non autorizzato può essere percepito come una minaccia.Ma la questione strategica è più ampia. Una zona cuscinetto temporanea, nata dentro un cessate il fuoco, può trasformarsi gradualmente in una frontiera permanente. È già accaduto in altri teatri: in Libano meridionale, nelle alture del Golan, in Siria, in Cisgiordania. L’occupazione non sempre si presenta con un atto formale. Talvolta avanza per adattamenti successivi, per necessità militari dichiarate, per fatti compiuti che diventano poi realtà politica.Il rischio è che Gaza venga ridisegnata non attraverso un negoziato, ma attraverso la progressiva normalizzazione della frammentazione territoriale. La Linea Gialla prima, la Linea Arancione poi, non sono soltanto segni cartografici. Sono strumenti di governo dello spazio.La valutazione militare: controllo, profondità e ambiguità.Dal punto di vista militare, Israele persegue tre obiettivi. Il primo è mantenere profondità tattica rispetto alle aree da cui potrebbero partire attacchi contro le proprie forze o contro le comunità israeliane vicine alla Striscia. Il secondo è impedire ad Hamas di ricostituire continuità territoriale e libertà di movimento. Il terzo è conservare libertà d’azione anche dopo il cessate il fuoco.La Linea Arancione serve esattamente a questo: allargare il perimetro entro cui l’esercito può intervenire, aprire il fuoco, colpire presunte minacce, bloccare movimenti non coordinati. Ma l’ambiguità è pericolosa. Una zona militare non delimitata chiaramente sul terreno espone i civili, gli operatori umanitari e gli sfollati a un rischio permanente. Se il confine cambia, se non viene comunicato ai residenti, se la responsabilità di interpretarlo ricade su persone affamate, disperse, prive di strumenti e comunicazioni, allora l’errore diventa quasi inevitabile.Le uccisioni di operatori legati a organizzazioni internazionali mostrano quanto fragile sia il sistema del coordinamento. Anche quando vi è una procedura, basta una divergenza tra informazione militare, percezione della minaccia e movimento sul terreno perché l’area umanitaria diventi area di fuoco.Lo scenario economico: Gaza come territorio senza sostenibilità.Il nodo economico è devastante. Gaza non è più soltanto una zona di guerra. Sta diventando un territorio senza base materiale di sopravvivenza. Campi profughi, edifici distrutti, reti idriche compromesse, ospedali ridotti allo stremo, assenza di lavoro, dipendenza dagli aiuti: tutto concorre a rendere impossibile una ripresa autonoma.Se la popolazione viene concentrata in una sottile fascia costiera mentre il resto del territorio resta sotto controllo militare, interdizione o demolizione, la questione non è più soltanto umanitaria. È geoeconomica. Chi controllerà le infrastrutture? Chi deciderà la ricostruzione? Chi amministrerà porti, valichi, aree industriali, reti energetiche, impianti idrici? E soprattutto: chi beneficerà dei futuri piani di sviluppo?Il coinvolgimento di attori esterni, dagli Stati Uniti agli Emirati Arabi Uniti, segnala che Gaza viene già pensata anche come spazio di ricostruzione, investimento e gestione politica. Ma una ricostruzione senza sovranità rischia di diventare amministrazione di un protettorato. Non sviluppo, ma gestione dell’emergenza permanente.Il fallimento del piano americano.L’ampliamento della zona di controllo israeliana indebolisce ulteriormente il piano americano per Gaza. Il progetto di Washington si fondava su una sequenza difficile: cessate il fuoco, aiuti, disarmo di Hamas, nuova amministrazione, ricostruzione, stabilizzazione regionale. Ma ogni nuova linea militare rende più lontana la prospettiva politica.La guerra con l’Iran, le tensioni regionali e il mancato accordo sul futuro di Hamas hanno bloccato il processo. Nel frattempo, sul terreno, Israele consolida posizioni. Questo crea un evidente squilibrio: la diplomazia discute di un futuro assetto di Gaza, mentre la realtà fisica della Striscia viene modificata giorno dopo giorno.È il classico divario tra tavolo negoziale e fatto compiuto. Quando la mappa cambia prima dell’accordo, l’accordo arriva sempre più debole.La valutazione geopolitica: Gaza come laboratorio del nuovo ordine regionale.La vicenda della Linea Arancione riguarda Gaza, ma parla all’intero Medio Oriente. Israele sta costruendo intorno a sé una cintura di sicurezza estesa: Gaza, Libano meridionale, Siria, frontiere sensibili. L’idea strategica è impedire che milizie, movimenti armati o attori sostenuti dall’Iran possano tornare a minacciare direttamente il territorio israeliano.Questa dottrina ha una sua razionalità militare, ma produce un effetto politico opposto: moltiplica le zone contese, alimenta risentimento, indebolisce gli interlocutori moderati, rende più difficile qualsiasi soluzione negoziata. Più Israele conquista profondità territoriale, più i palestinesi perdono spazio politico. Più si restringe Gaza, più si restringe la possibilità di una soluzione credibile.Il risultato è una Striscia trasformata in enclave spezzata, sorvegliata, dipendente dagli aiuti, priva di vera continuità territoriale. Una condizione che non elimina il conflitto, ma lo sospende dentro una forma più dura: quella dell’assedio amministrato.Il punto decisivo.La domanda non è soltanto dove passi oggi la Linea Arancione. La domanda è chi abbia il potere di tracciarla, modificarla e imporla senza un accordo politico riconosciuto. In questo sta il cuore della crisi.Gaza rischia di diventare il luogo in cui il cessate il fuoco non prepara la pace, ma organizza una nuova forma di controllo. Non più occupazione dichiarata, non ancora soluzione politica, ma una zona grigia in cui la popolazione civile vive compressa tra fame, paura e confini mobili.La pace, quando verrà evocata, dovrà fare i conti con queste mappe. Perché in Medio Oriente le linee provvisorie hanno spesso una lunga vita. E quando si abituano gli uomini a vivere dentro un recinto, il recinto finisce per diventare politica.