Datome e il futuro del basket italiano: “Il valore più grande è il rispetto. Dall’under13 alla Nazionale: creare un’identità precisa per la maglia azzurra”

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“Il Fatto a spicchi” è la nuova rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia.———————Dovendo inaugurare la serie di interviste “il Fatto a spicchi”, con la premessa che avete appena letto, abbiamo pensato a Gigi Datome. Nato in Veneto, ma sardo d’adozione, monumento della pallacanestro azzurra, partito da Olbia, un percorso di crescita fatto di giovanili, Serie A, Eurolega, Nba e nazionale. Sogni di bambino che si realizzano uno dopo l’altro. Datome ha 38 anni, ha smesso di giocare nel 2023, oggi non ha abbandonato il basket. E qui si capisce perché è perfetto per inaugurare questa rubrica: è il coordinatore delle attività delle nazionali maschili, da quella dei professionisti fino ai ragazzini under15, ma ci arriveremo. Parliamo con lui appena atterrato a Fiumicino, dopo una serata passata a a Istanbul a tifare da ex per il Fenerbahce, vittorioso 89-78 contro il club lituano Zalgiris Kaunas in Eurolega.Datome, qual è il valore più grande che il basket le ha dato?Il rispetto. Per le regole e per gli avversari. Per gli arbitri, per i coach. Per la vittoria e per la sconfitta. Sono andato a vedere gara3 della finale scudetto femminile vinta da Schio contro Venezia, ultima partita di Giorgia Sottana prima del ritiro a 37 anni. Ha detto una cosa bellissima: “Ho trattato sempre il gioco con grande rispetto”. Se insegnata in un certo modo la pallacanestro è questa cosa qua.Mi colpisce il rispetto “per la vittoria e per la sconfitta”. Cosa intende di preciso?Mentre si celebra una vittoria ad esempio, bisogna considerare il fatto che si sta ancora condividendo il parquet con l’avversario sconfitto, che ha lavorato come te o magari più di te per raggiungere un obiettivo sfumato per un’inezia. Poi capisco il fenomeno dello sfottò, del trash talking, ma dobbiamo essere chiari su questo: solo Michael Jordan se lo può permettere. In ogni caso voglio dire che la generazione di oggi sta crescendo meglio, è migliore della mia. Noto un grande fair play, gli sconfitti stanno sempre in campo ad applaudire i vincitori. Poi, è chiaro che quando ti stai giocando tanto c’è l’emozione, l’adrenalina, la tensione. Ma come movimento della pallacanestro stiamo davvero facendo un bel lavoro nel rendere i palazzetti luoghi dove le famiglie possano portare i bambini ad assistere a un grande evento sportivo.Quando era bambino e poi ragazzo ha mai pensato di poter arrivare davvero alla canotta dei Boston Celtics, dell’Olimpia Milano, della nazionale?No, giocavo perché mi piaceva. Il mio obiettivo è sempre stato a breve termine: migliorarmi, vincere la partita, il torneo, il campionato. La convinzione che avrei fatto davvero il giocatore di pallacanestro professionista l’ho avuto molto tardi: al quinto anno di Serie A, alla Virtus Roma. Prima mi vedevo come un ragazzo che ci provava, ma consapevole dei propri limiti. A Roma ho compreso che potevo essere un giocatore affidabile e importante. Però va anche detto che non ho mai avuto un piano b.E se a un certo punto quella convinzione alla Virtus Roma non fosse arrivata? Cosa avrebbe fatto?Il mio sogno è aprire una libreria, qui a Roma o a Golfo Aranci, nella mia Sardegna. Sarebbe una bella sfida, avrei molto da imparare.La sua famiglia l’ha sostenuta nel percorso cestistico? Quanto è stata importante?Supporto totale. Babbo, che è mancato due anni fa, era il presidente della squadra a Olbia. Vedeva in me cose che io non vedevo, vedeva l’Nba quando avevo appena 16 anni. Mia mamma è venuta a Siena quando sono andato a giocare nella Mens Sana, a 16 anni appunto, per non lasciarmi solo il primo anno, mentre babbo e mio fratello maggiore Tullio sono rimasti in Sardegna. Una famiglia presente, unita, che ha fatto sacrifici per darmi serenità. L’unica condizione posta dai miei genitori è stata lo studio, in ogni caso avrei dovuto finire la scuola, ho preso la maturità scientifica a Siena, ed ero anche bravo, magari non eccellevo ma me la sono cavata bene.Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?In genere ogni genitore guarda il figlio e basta, non considera la totalità delle situazioni, quindi non rispetta il ruolo del coach. E purtroppo tanti li portano pensando di assistere a un futuro campione. Ecco, per la crescita sociale quello è sbagliato, intanto perché è come vincere il Superenalotto in percentuale. Ma non è un fallimento non arrivare al professionismo. L’obiettivo deve essere quello di formare una persona migliore con il contributo dello sport, non quello di vincere l’Nba. Detto questo, non sto dicendo di stroncare i sogni dei bambini o dei ragazzini, se loro cresceranno in maniera sana non sarà un trauma non arrivare in Nba, saranno felici lo stesso sia se continueranno nella pallacanestro sia se diventerà solo un gran bel ricordo dell’infanzia e della crescita.Insomma, genitori: rispettate il ruolo del coach o della coach.Sì, questo è il motivo per cui spero che Gaia e Alice, le mie figlie di 4 anni e otto mesi, decidano di fare un altro sport. Perché magari tenderei a pensare di saperne di più io di un coach… (ride)Momento più difficile in carriera?Momenti difficili ne ho avuti tanti. Quando non giocavo a Siena, quando non giocavo a Roma, quando avevo un ruolo importante a Istanbul e a Milano, ma non riuscivo a incidere come avrei desiderato. Quando facevo panchina in Nba. Ma sono momenti che formano, fanno crescere e preparano i successi. E poi gli amici e la famiglia sono i punti fermi che ti aiutano perché, con tutto quello che ti gira intorno, capisci che ci sarebbero stati anche se invece di giocare ai massimi livelli avessi già mollato e aperto la libreria.Lontano dalla famiglia, penso agli anni in Nba, ha passato anche momenti di solitudine, però. È un attimo deragliare e prendere anche brutte strade…Sì, perdere la bussola non è impossibile per ragazzini che si ritrovano anche una discreta quantità di denaro a disposizione. Ed è un’età in cui puoi uscire, non dormire per far nottate a divertirti, ma poi il conto te lo presentano. La storia è piena di ragazzi talentuosi che si sono persi per questi motivi. Perché se non fai una vita d’atleta dai troppo vantaggio a chi la fa. E nel basket parliamo di vantaggi di decimi di secondo per prevalere sull’avversario, fisicamente, atleticamente e di testa. Per giocare al top devi avere una cura del corpo che non permette troppe distrazioni. Detto questo, quando sei giovane ti senti di poter fare tutto, quindi è importante non perdere quella bussola e trovare il giusto equilibrio.Il suo ruolo in Fip, la Federazione italiana di pallacanestro, è rendere le nazionali maschili vasi comunicanti, dai ragazzi alla squadra A. Che cosa vede all’orizzonte?Sta arrivando alle porte della nazionale maggiore una generazione molto interessante. La mia non ha vinto, ma abbiamo sempre lottato coi più forti: c’è stata un po’ di delusione perché siamo passati dall’ultima nazionale vincente che non aveva giocatori Nba alla nostra che li aveva, ma il punto è che nel frattempo li hanno avuti anche le altre nazionali. Il discorso che vogliamo ora portare avanti con le nazionali, e il garante di questo è il ct Luca Banchi, è quello di creare un percorso delle nazionali che diventino un marchio riconoscibile, nel modo di stare in campo, di comportarsi, dello stile da tenere. Il primo livello sono le academy under13 con i comitati provinciali della Fip, poi c’è l’academy under 14, con due tre raduni regionali l’anno. Quindi ne vengono selezionati prima 96 e poi 40 per l’under15. Poi si passa all’under16, l’under17 qualificata ora per i mondiali, l’under18 e l’under20 oltre alla nazionale maggiore. C’è molto lavoro alla base con questo obiettivo di creare un’identità precisa per la maglia azzurra. Ovviamente non è un percorso chiuso o prestabilito, non è detto che il più forte under15 continui a esserlo fino all’under18, magari non sarà neppure tra i 24 convocati e viceversa non è detto che un ragazzo non sbocci dopo e cominci il percorso più tardi. Quello che deve senz’altro essere per tutti i ragazzi coinvolti è una esperienza bella e probante, che si ricorderanno per sempre a prescindere dal futuro e dalla durata della stessa.Pensa che a livello di nazionale maggiore, la cosiddetta Italbasket, si possa ritornare a vincere? L’ultimo titolo è stato l’Europeo del 1999, seguito dal bronzo all’Europeo del 2003 e all’argento olimpico del 2004…I risultati della nazionale maggiore saranno la conseguenza di tante cose. Stiamo lavorando anche sull’allargamento della base nella scuola, bisogna investire su questo come sulle strutture, che troppo spesso sono da terzo mondo. Io a Olbia sono stato fortunato a crescere in un palazzetto di alto livello. Ma se vogliamo competere davvero nella pallacanestro bisogna ripensare alle nostre strutture sportive. Purtroppo posso solo sensibilizzare e auspicare riguardo questo tema. In ogni caso, come dicevo prima, la generazione di giovani che sta arrivando alla nazionale maggiore è davvero davvero interessante.L'articolo Datome e il futuro del basket italiano: “Il valore più grande è il rispetto. Dall’under13 alla Nazionale: creare un’identità precisa per la maglia azzurra” proviene da Il Fatto Quotidiano.