In Inghilterra il processo è già avvenuto, semplicemente, senza troppi clamori, come se tutto fosse normale, anche quando in qualche modo atroce: aziende come la Chaotic Good lavorano ormai con regolarità insieme agli artisti per creare sui social attorno al lancio di un progetto o di un evento un’hype positiva. E no, non è un trattamento che riguarda solo le grandi star, quelle che, così come succede anche in Italia, fanno piovere su tutti i canali di promozione soldi un pochino a pioggia, spesso in maniera discretamente insensata; questo modus operandi, perlomeno in Inghilterra, comincia a riguardare anche molti musicisti del circuito indipendente. Non è nemmeno un segreto, in un post su Instagram l’agenzia Your Culture si vanta di aver collaborato con il 55% degli artisti in gara ai Brit Awards. Secondo un articolo del Guardian, questa metodologia è già ampiamente diffusa nel mondo del cinema, in Italia sta diventando la triste colonna vertebrale delle attività online dei partiti politici. Vivendo un’epoca in cui la percezione si sostituisce agevolmente alla realtà, è fisiologico che qualcuno abbia trovato un luogo (i social) per impacchettare quella percezione e poi venderla, un vero e proprio mercato dell’hype. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Your Culture (@its_your_culture)In cosa consisteQueste agenzie, in pratica, non creano contenuti ma si occupano della distribuzione intestina di contenuti che fanno credere siano stati prodotti da utenti “normali”. Per esempio, le suddette agenzie mandano una serie di influencer, anche piccoli e poco riconoscibili, a grandi eventi, in modo tale che producano anche solo delle semplici storie, non preconfezionate, più genuine, video come quelli che capitano solitamente tra le storie dei nostri amici, la partecipazione a un festival prestigioso, di quelli che magari stuzzicano anche una certa invidia a chi li guarda dal divano. Ecco, immaginatevi un’organizzazione sistemica di questo genere di prodotto, organizzato da un’agenzia specializzata che sfrutta un canale che viaggia sottotraccia ma risulta, a quanto pare, maledettamente efficace. Il caso della Chaotic GoodLa Chaotic Good di cui sopra, per esempio, in questo senso, è leader nella distribuzione della musica su TikTok, secondo quanto rivelato al Guardian da un manager musicale rimasto anonimo, per circa 2mila dollari al mese (contratto minimo di nove mesi) la società crea una manciata di account falsi sulla piattaforma che pubblicano tre video al giorno, in modo tale da influenzare l’algoritmo e far esplodere un nome o un’uscita; nel suo roster molte delle più acclamate star della musica inglese, e qualsiasi specialista del settore musicale potrà dirvi che nell’attuale discografia, italiana o internazionale poco importa, da un punto di vista promozionale niente è più necessario di riuscire a sfondare su TikTok. Così quella che potrebbe sembrare una semplice e lecita promozione si trasforma in un mostro gigantesco che, di fatto, dopa il mercato. Per cui video falsamente amatoriali, commenti ultrapositivi farlocchi, pagine di fanclub inesistenti, balletti ammiccanti in cameretta di giovanissime ragazze che sembrano improvvisati e invece no. Your Culture invece applica una strategia diversa: l’agenzia invia un certo numero di creator di TikTok in carne e ossa a un concerto per pubblicare post positivi, addebitando ai clienti circa 200 sterline a creator, a volte imponendo una spesa minima di 2mila sterline.È tutto legaleLa Federal Trade Commission ha ritenuto questo tipo di marketing legale negli Stati Uniti, ma secondo la Competition and Markets Authority del Regno Unito, ogni volta che un creatore di contenuti sui social media viene «incentivato a promuovere, sponsorizzare o recensire un prodotto», deve chiaramente etichettare il contenuto come pubblicità. In Italia funzionerebbe allo stesso modo: se qualcuno ti paga per sponsorizzare un prodotto sui tuoi account social devi avvisare. Tuttavia, le linee guida per i creator si riferiscono alla sponsorizzazione di prodotti, ad esempio un capo di abbigliamento o un prodotto per la pulizia, quindi le attività di agenzie come Your Culture e Chaotic Good sono tutte salve. In Italia si è venuta a creare una situazione molto simile, forse però moralmente più discutibile, e riguarda una serie di pagine su Instagram che nel tempo hanno raccolto una buona quantità di follower (veri o falsi rimane un fosco mistero) che si fanno pagare, anche lautamente, per spingere nuove uscite discografiche. È il segreto di pulcinella, tutti lo sanno, nessuno denuncia. Più particolare l’interessantissima inchiesta di Selvaggia Lucarelli riguardo testate musicali (una, tra le più seguite nel nostro Paese, in particolare) che si farebbe pagare dalle etichette per contenuti “giornalistici”, ma che alla fine altro non sono che giganteschi spottoni. Per intenderci, la testata in questione dopo l’inchiesta non a caso ha cominciato a lanciare (a quanto pare anche correggere) molti dei propri contenuti con l’hashtag #adv.I rischiA differenza della politica, la musica ha un rituale di vita molto diverso, il successo non si riduce all’immediatezza di un voto, non si riduce a un tanto faraonico quanto fallace maremoto di stream, perché tanto, in realtà ce ne accorgiamo ogni settimana, quello che ti tira su oggi ti scaraventerà violentemente giù domani e, fateci caso, solo gli artisti che riescono, bene o male, a rendere la propria musica significativa alla fine mantengono uno status fisso (Pinguini Tattici Nucleari, Ultimo, manco a dirlo Vasco Rossi). Esiste una formula matematica che, forzata, può effettivamente restituire un risultato, ma non ne esiste una affinché quel risultato venga confermato, non è questo che fa la differenza in una carriera. Quel che però è decisamente preoccupante è la mole di caos nella discografia che questi stratagemmi da due soldi provocano, l’inconsistenza alterata che va incontro e abbraccia una scarsissima attenzione del pubblico che, per comodità, per pigrizia, accetta ciecamente ciò che gli viene servito su un piatto d’argento o tramite i social, ma rifiuta di fare quel passo in più per avvicinarsi ad artisti che invece decidono di non giocare quel campionato, di provare a far valere esclusivamente la propria musica, nella maggior parte dei casi fallendo miseramente. Così loro si ritrovano con i sogni infranti e noi con Eddie Brock convocato al Festival di Sanremo sulla scia del successo della sua Non è mica te, salvo poi scoprire che il simpatico ragazzo romano non è ancora in grado di confrontarsi con situazioni di quel livello. Gli artisti veri fanno i camerieri nei baretti del Pigneto, tentano di sopravvivere come e quanto possono, mentre noi ci ritroviamo una discografia che mette al centro i Tony Effe e le Elettra Lamborghini, perdendoci per strada chissà quante canzoni capaci di deviarci la vita. Che peccato. La musica come un’aspirapolvereE se la situazione degenerasse? E se, come denuncia l’articolo del Guardian di cui sopra, anche il nostro mondo indie mettesse in conto di dover pagare qualcuno affinché non solo giri di più una canzone ma sia venduta sui social anche l’impressione rispetto quella canzone? Il risultato, verso il quale tra l’altro cavalchiamo a grande velocità, è facile da calcolare: chi avrà più soldi sarà ammesso nell’Olimpo dei musicisti, chi ha le tasche vuote potrà serenamente mettere in conto di rinunciare. Manipolare il mercato musicale senza porsi alcuno scrupolo, come se la musica fosse un prodotto da vendere come un qualsiasi aspirapolvere o lettiera per gatti, non è una semplice azione da furbetti del marketing del nuovo millennio, ma anche (soprattutto) un intervento a gamba tesa su quello che emergerà nella cultura popolare contemporanea, il retaggio che lasceremo di questi tempi, un modo come un altro per farci raccontare e poi giudicare dalla storia. Roba seria. Ma sembra non interessare a nessuno.L'articolo In che modo i social stanno distruggendo (anche) la musica proviene da Open.