Ogni Primo Maggio in Italia si consuma lo stesso rituale politico e sindacale: piazze, slogan, promesse e dichiarazioni altisonanti sul “lavoro dignitoso”, sul “salario giusto” e sulla necessità di nuovi interventi pubblici. Cambiano i governi, si alternano maggioranze e opposizioni, ma resta immutata una convinzione di fondo: che il lavoro possa essere migliorato principalmente attraverso nuove norme, vincoli e decreti.È questa la vera anomalia italiana. Sindacati, sinistra e perfino il centrodestra di governo continuano a ragionare dentro una cultura profondamente statalista, dove la libertà contrattuale, la produttività e la competitività restano elementi secondari rispetto all’ossessione regolatoria.La manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil a Marghera ha riproposto ancora una volta una visione novecentesca, in cui il problema dei salari viene affrontato quasi esclusivamente come questione normativa, senza riconoscere che nessuna legge può sostituire crescita economica, investimenti, innovazione e aumento della produttività.Non si crea ricchezza per decretoLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica il principio del “salario giusto”, sostenendo che le risorse pubbliche debbano premiare chi rispetta i lavoratori. Dall’altra parte Maurizio Landini attacca il governo accusandolo di propaganda e di non aumentare realmente gli stipendi. Al netto dello scontro politico, entrambe le posizioni condividono lo stesso errore strutturale: l’idea che il salario sia principalmente una variabile politica e non economica.In realtà, i salari crescono stabilmente solo dove aumenta la produttività. Ed è proprio qui che l’Italia mostra il suo fallimento più grave. Negli ultimi trent’anni, mentre nei grandi Paesi europei le retribuzioni medie sono cresciute tra il 30% e il 50%, nel nostro Paese sono diminuite del 2,4%. Un dato devastante che racconta meglio di qualsiasi slogan il declino del sistema italiano. Il problema, dunque, non è semplicemente redistribuire una ricchezza stagnante, ma creare le condizioni affinché quella ricchezza venga prodotta. Continuare a inseguire la scorciatoia legislativa significa ignorare il cuore della questione.Contratti collettivi e sindacati: un modello sempre più fragileLa contrattazione collettiva nazionale, che per decenni ha rappresentato il perno delle relazioni industriali italiane, mostra oggi limiti evidenti. Oltre il 40% dei contratti collettivi non viene rinnovato regolarmente, mentre molti minimi salariali risultano ormai insufficienti persino rispetto al costo reale della vita. In questo contesto, il tentativo di combattere i cosiddetti contratti pirata attraverso l’estensione generalizzata dei contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi affronta solo marginalmente il problema.Il vero nodo è che il sistema stesso della rappresentanza sindacale ha perso efficacia, schiacciato tra rigidità burocratiche, frammentazione e incapacità di adattarsi a un mercato del lavoro moderno, dinamico e competitivo. Anche qui, invece di aprire spazi di maggiore libertà negoziale, si continua a invocare una centralizzazione normativa che rischia di aggravare ulteriormente le distorsioni.La libertà economica resta il grande tabù italianoNel dibattito pubblico italiano, parlare di libertà del lavoro significa spesso essere accusati di voler smantellare diritti, mentre il vero obiettivo dovrebbe essere l’opposto: rafforzare opportunità, mobilità sociale e capacità di scelta di lavoratori e imprese. L’Italia soffre di una cronica sfiducia verso il mercato, la concorrenza e la responsabilità individuale. Ogni crisi viene letta come prova della necessità di nuove regolazioni, mai come occasione per rimuovere ostacoli strutturali.La sinistra continua a proporre più vincoli, più dirigismo e più interventismo pubblico. Ma anche il governo, pur adottando toni più pragmatici, non riesce realmente a rompere questo schema culturale. Il risultato è un Paese in cui la libertà economica resta spesso sconosciuta o guardata con sospetto, mentre si perpetua l’illusione che basti una legge per correggere problemi che derivano invece da stagnazione, bassa produttività, pressione fiscale eccessiva e scarsa innovazione.Più produttività, più contrattazione libera, meno centralismoSe davvero si vuole affrontare la questione salariale, la priorità dovrebbe essere una riforma profonda del mercato del lavoro orientata a crescita e produttività. Ciò significa favorire investimenti, ridurre il peso fiscale sul lavoro, semplificare il quadro normativo, incentivare la contrattazione aziendale e territoriale, premiare merito e innovazione.Significa soprattutto riconoscere che salari migliori non nascono da imposizioni ideologiche, ma da un sistema economico più libero, competitivo e capace di generare valore. Il vero salario giusto non è quello definito nei palazzi della politica o nelle ritualità sindacali, ma quello che emerge in un’economia sana, dove imprese e lavoratori possano cooperare senza essere soffocati da un apparato normativo ipertrofico.Il futuro del lavoro passa dalla libertà, non dalla nostalgiaLa festa dei lavoratori dovrebbe essere l’occasione per interrogarsi seriamente sulle ragioni profonde del declino italiano, non per reiterare formule retoriche che appartengono a un’altra epoca. Oggi opposizione, sindacati e governo sembrano dividersi sui dettagli, ma condividono una stessa impostazione di fondo: la convinzione che il lavoro debba essere governato dall’alto, regolato centralmente e corretto attraverso continui interventi pubblici. È una posizione di retroguardia che non affronta la modernità, ma la teme.In un mondo in cui innovazione, flessibilità e libertà economica determinano la crescita, l’Italia continua invece a rifugiarsi nella burocrazia e nella regolazione. Senza una vera rivoluzione culturale fondata sulla libertà economica, il Paese resterà intrappolato nella stagnazione salariale e produttiva che lo affligge da decenni. Più che nuove leggi, servirebbero finalmente più libertà, più responsabilità e più coraggio riformatore.Enrico Foscarini, 2 maggio 2026L'articolo Lavoro: il grande assente del Primo Maggio è la libertà proviene da Nicolaporro.it.