Una Destra terminale e una Sinistra che rinasce? Mi permetto di dissentire da Sanchez

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Con tutto il rispetto dovuto a Pedro Sanchez – uno dei rari politici meritevole di considerazione, se non altro per il suo coraggio di sfidare Trump e il luogo comune – la sua affermazione al meeting della sinistra-sinistra a Barcellona che la Destra mondiale sarebbe entrata in una fase terminale, cui farebbe seguito una rinascita a Sinistra, risulta mera retorica comiziale; e pure di grana grossa. Questo perché basata su analisi delle dinamiche politiche del tutto irreali, nella misura in cui propone una segnaletica del campo politico che da tempo ha perso capacità orientative. Ossia la sua divisione in due schieramenti contrapposti – la destra e la sinistra – che competono per la risorsa consenso democratico.Lo schema di democrazia competitiva che già Marco Revelli metteva in dubbio nel 1996 pubblicando il saggio Le due destre: “In Italia lo spazio politico è occupato, in forma prevalente, da due destre, una destra populista e plebiscitaria (fascistoide), da un lato, e una destra tecnocratica ed elitaria (liberale), dall’altro”. A parte la caduta nel malvezzo incancrenito di usare come sinonimo di demagogia l’aggettivo “populista” (che significa tutt’altro. Secondo lo storico Cristopher Lasch «è la voce autentica della democrazia») e che non risulta pervenuto nessun barlume “tecnocratico” nello sgangherato e cialtronesco pollaio della politica italiana, risulta tuttora condivisibile il senso di quanto disegnato nel saggio revelliano: l’omologazione del ceto di partito in una corporazione unitaria che persegue la propria perpetuazione, al limite puntellando sinergicamente l’habitat di sopravvivenza.Per cui la toponomastica politica attuale corrisponde a quanto – nove anni dopo – avrebbe descritto il politologo Clolin Crouch nel suo Postdemocrazia: la trasformazione del processo democratico in un ufficio marketing specializzato nelle tecniche di manipolazione usate per vendere prodotti. “Le elezioni che diventano gare attorno ai marchi”, il cui unico scopo è quello di ripartire i pesi tra i concorrenti negli organigrammi pubblici. Per cui i Gianni Cuperlo possono struggersi in difesa di una politica dalla parte dei cittadini; un po’ per istinto di sopravvivenza, un po’ per giustificare la propria (marginale) presenza in questa triste storia, grilli parlanti nel mondo dei Pinocchi.Fatto sta che è giunta a compimento una mutazione genetica che annulla le differenze nel personale della politica come professione. Il cui acceleratore è stato la perdita di identità a sinistra, quando la reazione capitalistica avviò il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale, emarginando il contropotere che fino all’ultimo quarto del ‘900 aveva tenuto a bada le pulsioni plutocratiche e offerto un referente primario alle politiche keynesiano-progressiste: il lavoro. Sicché, cresciuta alla scuola di un marxismo volgare che le assicurava di stare dalla parte della storia, la Sinistra si adeguò rapidamente alle sirene dei Blair e dei Clinton: se con Reagan e Thatcher aveva vinto la finanza, il posizionamento corretto imponeva di abbandonare i perdenti (il lavoro) e migrare nel campo dei vincitori (la ricchezza).La truffa ideologica chiamata Terza Via, per cui la “Sinistra alla moda” diventa indistinguibile dalla “Destra padronale”, nella guerra civile sottotraccia scatenata dai ricchi contro i poveri. Per cui – come mi si riferisce – Silvia Salis dichiara che una Sinistra vincente deve stare dalla parte dei Primi. Per cui i Gianni Cuperlo si arrabattano a giustificare cedimenti come scelte obbligate per salvare il salvabile.Così va l’Occidente, dove la politica è diventata appannaggio delle collusioni tra grandi interessi e politicanti in carriera. Dove il “particulare” la fa da padrone e confonde le idee agli spettatori (il corpo elettorale) rappresentando come scontro la pantomima parlamentare e bollando come blasfemia il dubbio che l’Unione europea non sia altro che il “cartello di Bruxelles”, il tavolo di mediazione attorno al quale i governanti si spartiscono benefici attraverso negoziazioni interminabili. Del resto l’Italia era stata antesignana dell’assetto post-democratico già negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando la condizione di “democrazia bloccata” (l’impossibilità di un’alternativa di governo) aveva indotto il ricorso permanente a forme di negoziazione collusiva DC-PCI nelle commissioni parlamentari, dove si produceva il 90% dell’attività legislativa. Per cui da tempo si impone l’aggiornamento di segnaletica e toponomastica della politica “reale”: da destra e sinistra a sopra (“chi sta in alto”) e sotto (“chi sta in basso”).Ma forse dovremo attendere l’avvento di un ricambio generazionale del ceto politico.L'articolo Una Destra terminale e una Sinistra che rinasce? Mi permetto di dissentire da Sanchez proviene da Il Fatto Quotidiano.