Stop alle confidenze emotive tra minori e AI, arriva la proposta di legge. La psicologa Pigozzi: «Vi spiego perché non basta» – L’intervista

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Cancellare la memoria delle chat tra intelligenze artificiali e utenti minorenni dopo un massimo di 5 giorni, per evitare che la continuità del dialogo con i chatbot favorisca relazioni emotive e possibili forme di dipendenza. È quanto prevede una proposta di legge depositata alla Camera dalla deputata di Azione Giulia Pastorella. Il tema è profondamente attuale e riguarda un fenomeno già diffuso. Secondo un’indagine dell’Associazione Di.Te, almeno un giovane su due tra i 10 e i 20 anni si rivolge ai chatbot per parlare di sé e delle proprie emozioni, e oltre il 40% dichiara di sviluppare un legame emotivo con l’intelligenza artificiale. Ma limitare lo storico delle chat basta davvero a evitare queste dinamiche? E perché i chatbot sono diventati così velocemente un contenitore dei bisogni emotivi dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a Laura Pigozzi, psicanalista e autrice di numerosi saggi sulla dipendenza e sul rapporto tra genitori e figli.La proposta di legge prevede che le AI eliminino entro 5 giorni lo storico delle chat con i minori per evitare lo sviluppo di relazioni affettive e dipendenze. Cosa ne pensa?«È sicuramente un primo passo, ma non è sufficiente. Il punto è che mettiamo in mano ai ragazzi strumenti potentissimi e poi pretendiamo che non sviluppino un rapporto totalizzante con essi. La proposta può anche essere condivisibile, ma il problema da risolvere è a monte». Ovvero?«Il problema è che stiamo crescendo generazioni dipendenti. E questo nasce da una fragilità educativa delle famiglie. Molti genitori non fanno figli per educarli, ma per goderne e per essere amati, senza quindi un vero progetto educativo e una vera relazione. Quando un bambino piange o si annoia, spesso gli si dà uno schermo. E il messaggio implicito è “quando stai male hai bisogno di un oggetto, prima ancora che di una relazione”. Allo stesso tempo, anche quando siamo presenti, spesso lo siamo in modo eccessivo e invadente. Parliamo troppo, spieghiamo tutto, raccontiamo addirittura cose di noi che i figli non dovrebbero sapere, non per mantenere un segreto, ma per mantenere un ruolo. Anche questo è un modo per evitare una vera relazione educativa».Ritiene che i chatbot stiano effettivamente creando forme di dipendenza emotiva nei più giovani?«Certo, ma non possiamo stupirci. Viviamo in un sistema in cui gli oggetti di consumo creano dipendenza. La dipendenza è la malattia del nostro secolo. Pensiamo sia la depressione, ma dietro ogni depressione c’è spesso una dipendenza. Quindi, intervenire solo sui chatbot è come togliere una fogliolina malata da una pianta che ha radici compromesse. Non risolve il problema all’origine. Se i ragazzi non sono abituati a una relazione vera, cioè dialettica e quindi anche un po’ conflittuale, troveranno sempre nuovi oggetti facili, di consolazione, a cui legarsi. Essere abituati alla relazione significa saper sostenere il conflitto e la differenza. Educare, infatti, comporta frustrazione, sia per i figli che per i genitori. Se credono che l’accondiscendenza dei chatbot costituisca una relazione, i ragazzi rischiano di non sviluppare una comprensione autentica di cosa significhi un legame».Se così tanti ragazzi, ma anche adulti, cercano e trovano conforto emotivo nei chatbot, è perché in fondo si crea una sorta di relazione d’aiuto, non crede?«Non è una relazione d’aiuto se ti senti dare sempre ragione e questo non ti smuove da dove sei. La relazione vera, invece, ti sposta. Il chatbot ti tiene là dove sei già, con una gentilezza fredda e algoritmica. Nella relazione terapeutica, ad esempio, noi non diamo sempre ragione al paziente. Costruiamo anche un piano critico. Esiste anche il cosiddetto transfert negativo dove il paziente può opporsi, contestare e rifiutare. Ed è anche attraverso queste tensioni che avviene il cambiamento. Il terapeuta deve saper reggere questa dinamica, anche a costo di essere rifiutato e vedere il paziente andare da un altro psicologo. Una macchina questo non lo farà mai perché non può sostenere il conflitto e non ha un progetto etico di questo tipo. Ti asseconda sempre per tenerti legato».I rischi di dipendenza con i chatbot sono un problema che riguarda solo i minori o anche gli adulti?«Riguarda tutti. Siamo tutti immersi nella dipendenza. E chi è abituato alla dipendenza spesso non si accorge nemmeno di esserci dentro».Se il problema è educativo a monte, che ruolo devono avere famiglia e scuola?«Quando i ragazzi arrivano a scuola, molto è già stato fatto. L’educazione comincia nei primissimi anni. Il punto fondamentale è accompagnare il passaggio dalla dipendenza all’autonomia. Un neonato è necessariamente dipendente per sopravvivere, ma l’obiettivo educativo è renderlo progressivamente indipendente. E va fatto con un attaccamento bilanciato. Il bambino ha bisogno di una base sicura per potersi allontanare, esplorare e conoscere il mondo. Ma è un equilibrio delicato perché un attaccamento eccessivo o insufficiente ne compromette l’esplorazione. Non possiamo pensare di risolvere il problema delle dipendenze intervenendo solo sugli strumenti. Dobbiamo quindi lavorare sulla relazione e aiutarli a crescere nell’autonomia. Altrimenti cambieranno gli strumenti, ma non il problema».L'articolo Stop alle confidenze emotive tra minori e AI, arriva la proposta di legge. La psicologa Pigozzi: «Vi spiego perché non basta» – L’intervista proviene da Open.