Altro che glow up: “Il diavolo veste Prada 2” celebra il funerale del giornalismo – La recensione

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«Tutti vogliono essere noi», diceva Miranda Priestly (Meryl Streep) nel 2006, chiudendo la conversazione con la stessa scioltezza con cui troncava la carriera di uno stilista. Vent’anni dopo, la domanda semmai è un’altra: chi vorrebbe ancora esserlo? Il diavolo veste Prada 2, in sala dal 29 aprile, si presenta come un ritorno – stessi volti, stessi rituali, persino il calco della scena iniziatica nel guardaroba della rivista Runway – ma somiglia più a una visita guidata tra le rovine di ciò che il primo film rappresentava. Non tanto (o non solo) la moda, quanto un’idea di potere che funzionava come un ordine sacerdotale, capace di stabilire cosa contava e cosa no. Oggi quel «noi» è diventato irrilevante, e il film lo sa fin troppo bene. Il problema è che, nel tentativo di raccontarne il funerale, finisce per imbalsamarne anche il fascino. Il risultato è un sequel che guarda continuamente indietro – tra strizzate d’occhio e nostalgia prêt-à-porter – ma non riesce mai davvero a stare in piedi da solo.La fine dell’editoriaInnanzitutto, Il diavolo veste Prada 2 sposta il suo baricentro. La moda resta un fondale di lusso che non regge più il peso del racconto, mentre in primo piano c’è un’altra crisi, molto meno fotogenica: quella dell’editoria e del giornalismo. Runway, che un tempo dettava il gusto come una tavola della legge incisa su carta patinata, ora sopravvive in una forma che è già una resa: «nell’etere, digitalizzata, scaricabile», come spiega Nigel (l’immutabile Stanley Tucci), ridotta a produrre «contenuti che la gente scrolla mentre fa pipì». È finita l’era delle paghe d’oro, dei viaggi stampa in prima classe, della libertà di cassare servizi di giacche autunnali da centinaia di migliaia di dollari con un’alzata di sopracciglio. Oggi le riviste non costruiscono più immaginari, li inseguono; e devono trattare con chi le finanzia. Sono inserzionisti e piattaforme a decidere cosa arriva in alto, mentre i magazine, ridotti a veicoli di branded content, eseguono – trasformando i pezzi in caroselli. Per capirci: se il “ceruleo” sarà rilevante lo decide l’algoritmo. Persino Miranda Priestly si adegua: «Senza di loro non esistiamo noi». Più che una redazione, sembra una camera ardente. Non a caso Andy Sachs (Anne Hathaway) chiama i nuovi consulenti manageriali “becchini”.Andy contro l’algoritmoLa trama, più che altro, serve a dare corpo a questa crisi. Andy è ormai una giornalista affermata, di quelle che scrivono pezzi lunghi e impegnati. All’inizio del film, però, mentre sta per ritirare un premio, lei e i suoi colleghi vengono licenziati in tronco con un messaggio – e qui aleggia fin troppo chiaramente la recente chiusura di Wired Italia. Il suo discorso di accettazione diventa virale: «Il giornalismo è importante, cazzo!». Nel frattempo Runway è travolta da una crisi reputazionale, dopo aver pubblicato un articolo elogiativo su un brand accusato di sfruttamento dei lavoratori. È da lì che Andy torna in redazione, chiamata a bonificare la credibilità della testata nei panni di “features editor” – cioè quella che dovrebbe dare spessore narrativo alla rivista con articoli di sostanza. Ma il contesto è inesorabilmente mutato, e ci sentiamo tutti un po’ Andy quando dice: «Ho passato la mia carriera a capire cosa deve sapere la gente. Ora devo capire cosa vuole cliccare».Miranda, da divinità a reliquiaAnche Miranda Priestly ha perso il suo smalto. Doveva essere, a detta di Meryl Streep, «più cattiva che mai», ma appare invece infiacchita, spaesata, costretta a negoziare con inserzionisti che vogliono la sua testa e finance guys in tessuto tecnico che parlano la lingua dei budget, non quella del gusto. Basta vederla appendersi il cappotto da sola per capire che il suo regno è al tramonto, mentre la nuova assistente – la viscontessa Bridgerton Simone Ashley – filtra ogni sua parola per evitare incidenti con le risorse umane. Commenti mordaci non mancano («Un marsupio? Che il mio suicidio sia rapido e indolore»), ma siamo lontani anni luce dai fasti di «avanguardia pura». A tenerla per la gola è anche Emily Charlton (Emily Blunt), ormai dall’altra parte della barricata: non più assistente nevrotica ma dirigente di Dior, più ambiziosa e pazzoide di prima. È sua la battuta più iconica del film: «Lo sai che i carboidrati condivisi non hanno calorie». Cadere dall’Olimpo, però, significa anche non essere più il bersaglio della satira. Del resto i nuovi dèi sono altrove: il magnate del tech dimagrito a colpi di Ozempic (il riferimento è a Elon Musk), la sua ex moglie filantropa, il rampollo che eredita un impero editoriale senza sapere cosa farsene. E Miranda, che un tempo decideva tutto, ora deve chiedere il permesso – e pure viaggiare in economy. Mentre noi ci divertiamo molto meno a guardarla.Il sistema che si autocelebraEppure, sul piano industriale Il diavolo veste Prada 2 è un paradosso perfettamente riuscito. A differenza del primo capitolo, in cui i marchi si tenevano a distanza da una satira troppo manifesta (ispirata ad Anna Wintour), qui stilisti e brand vogliono esserci a tutti i costi: è l’apoteosi del product placement. E se allora Wintour era il totem da abbattere, oggi è parte del lancio: prima nella gag agli Oscar con Anne Hathaway, poi sulla cover di Vogue US con Meryl Streep. La benedizione è totale. Il budget per questa operazione nostalgica lievita – si parla di circa 150 milioni contro i 40 dell’originale – e permette anche la deviazione milanese in piena Fashion Week, tra passerelle, influencer e cartoline di lusso. I cameo si sprecano, da Lady Gaga a Donatella Versace, ma il punto è un altro: l’industria che il film prende in giro per il suo imminente collasso è la stessa che si è precipitata a celebrarlo, alla disperata ricerca di un’ultima scintilla del 2006.Il peso del confrontoMa quelle scintille, oggi, non scaldano più. Il primo capitolo aveva conflitti chiari, ritmo serrato, personaggi magnetici. Questo resta soprattutto una passeggiata sul viale dei ricordi, con dialoghi più stanchi e dinamiche che faticano a ritrovare la stessa precisione. L’intuizione sulla crisi dell’editoria è interessante sulla carta, ma perde per strada la sua portata innovativa. La prima parte si difende, poi a Milano il film si affloscia, appiattendosi sul lato glamour mentre le tensioni si sfilacciano e le risoluzioni arrivano senza essere davvero costruite. Anche la sottotrama romantica è poco più di un riempitivo, lontanissima dal dissidio netto tra lavoro e vita privata che strutturava il primo film. A conti fatti, è un sequel che vorrebbe essere brillante e rocambolesco, ma finisce per girare a vuoto, sospeso tra omaggio e reinvenzione, privo di quell’estetica abbagliante che aveva reso il primo un’icona degli anni Duemila.Addio al sognoCon queste premesse, chi vorrebbe ancora essere «noi», dunque? Ben pochi usciranno dalla sala sognando di lavorare nel giornalismo. Il diavolo veste Prada 2 non è la favola che speravamo di rivedere, ma una lettera d’addio a un mestiere – e soprattutto al mondo che lo rendeva desiderabile. Il lieto fine non manca, certo. Ma ha il sapore delle proroghe, non delle conquiste: un modo elegante per tenere in vita qualcosa che si sta spegnendo. Come il book di Runway, che sopravvive solo per l’ostinazione di Miranda, senza più una funzione reale. Non bastano le battute, le location da brochure e il gilet ceruleo indossato da Anne Hathaway a replicare la formula del 2006: manca l’edonismo spensierato di allora, sostituito da una sobrietà forzata in cui tutti si affannano a restare a galla, accettando compromessi. «Adoro i glow up», dice Andy a un certo punto. Ma può esserci glow up senza gli stivali di pelle di Chanel?L'articolo Altro che glow up: “Il diavolo veste Prada 2” celebra il funerale del giornalismo – La recensione proviene da Open.