Ad ogni fine estate, in preparazione della legge di bilancio, assistiamo al risveglio del Minotauro del populismo fiscale. Anche il 2025 non sembra fare eccezione. La richiesta del ceto politico, succube della bestia populista, è sempre la stessa: adoperare la finanza pubblica, in particolare il debito pubblico, per catturare e consolidare il consenso elettorale.Non importa che oramai il nostro debito pubblico sia saldamente il secondo al mondo tra i paesi industrializzati (salito con Meloni al 138% del Pil) e nemmeno che dobbiamo rispettare le clausole restrittive del nuovo Patto di Stabilità. Qualcosa bisogna dare in pasto all’orribile bestia per saziarne l’appetito. Ogni tanto il ministro del Mef, Giorgetti-don Abbondio, interviene per dire la sua e invitare alla prudenza, ma viene subito zittito in malo modo dai Tajani di turno.Le voci dove reperire le risorse per soddisfare il Minotauro sono sempre le stesse, cambiando un poco l’intensità. Quest’anno il dibattito iniziale si sta concentrando sulle pensioni e sul taglio dell’Irpef. Ma qualcos’altro verrà senza dubbio fuori, come l’idea riminese della premier Meloni del piano casa, surrogato aggiornato del Superbonus edilizio grillino. Anche quest’anno nulla di nuovo dunque, anche se ogni intervento diventa più pericoloso perché si parte da una posizione sempre più precaria.La principale novità odierna nel caso delle pensioni deriva dalla matematica finanziaria, alla quale per fortuna è stato legato il nostro sistema pensionistico. La legge richiede un aumento di tre mesi del requisito dell’età pensionabile, in ragione dell’aumento della speranza di vita. Tre mesi su un arco temporale di decenni dovrebbero essere considerati poca cosa, in realtà lo sono, e invece questo micro-allungamento ha scandalizzato i nostri politici. Anche perché nel frattempo il governo sta andando nella direzione esattamente opposta, con il bonus contributi sociali per scoraggiare l’andata in pensione, anche se con scarso successo.Da un lato si vuole che le persone rimangano a lavorare di più per non gravare sulle casse esauste dell’Inps, dall’altro si contrasta l’allungamento dei tre mesi derivato dalla demografia, e previsto per legge. La contraddizione dei nostri politici al servizio del Minotauro non potrebbe essere più eclatante. Senza dimenticare, poi, che le pensioni sono state abbondantemente tagliate nel biennio scorso.Per aggiungere al danno la beffa, è intervenuto il sottosegretario al Lavoro di Fratelli d’Italia, Claudio Durigon, proponendo di far pagare i tre mesi direttamente ai lavoratori attingendo dal Tfr. In questo modo i lavoratori dovrebbero pagare i tre mesi di pensione con il loro salario differito. Mai si era sentita proposta così strampalata!Nel frattempo il peso delle prestazioni sociali e pensionistiche sul Pil sale ogni anno. La spesa redistributiva divora ormai metà della spesa pubblica complessiva e ancora è in crescita, sottraendo risorse ai veri servizi pubblici.Sull’Irpef il Minotauro vuole di nuovo, come ogni anno, la sua riduzione, stavolta abbassando leggermente la seconda aliquota per favorire il cosiddetto ceto medio. L’Irpef è ormai un osso spolpato da anni di accanimento demagogico. Se guardiamo alle vicende recenti, un primo colpo importante è stato inferto dal governo Draghi con la sua riduzione di aliquota che ha alleggerito l’Irpef di qualche miliardo. Sulla stessa linea, ma in maniera più feroce, ha operato il governo Meloni, ancora riducendo le aliquote e portando la flat tax degli autonomi alla soglia degli 85.000 euro.Ora si vuole continuare su questa strada, tagliando altri 4 miliardi d’imposta per redistribuirli a 11 milioni di contribuenti, una modestissima regalia finanziata ancora a debito dalle generazioni future.Facendo i conti a spanne, senza gli interventi degli ultimi quattro anni il gettito dell’Irpef sarebbe superiore di 20-25 miliardi. L’aggressione continua e sistematica nei confronti dell’imposta sul reddito è stata una scelta felice? Anche se in portafoglio, per ora, abbiamo qualche centinaia di euro in più all’anno, direi di no per svariate ragioni, da cittadino e da economista. Ne indico solo due.1. Con questo gettito si poteva tranquillamente cominciare a risanare il nostro debito pubblico, tornando alla normalità finanziaria e a servizi pubblici più soddisfacenti perché finanziati adeguatamente;2. Oppure, ancora meglio, il gettito mancante poteva servire per affrontare le sfide che come società abbiamo di fronte: quella demografica, che richiede maggiori servizi per milioni di persone, quella tecnologica, che domanda risorse pubbliche per l’innovazione, quella ambientale che è la più urgente e immediata, come dimostrano i danni causati dagli eventi estremi sempre più frequenti.Oggi queste risorse non ci sono perché sono state consegnate da un ceto politico inetto al Minotauro del populismo fiscale che sta divorando, anche se non ce ne accorgiamo per ora, il nostro futuro.Che fare allora? Una semplice indicazione viene dal buon senso. Sarebbe opportuno che, a cominciare dalla prossima legge di bilancio per il 2026, i politici non modificassero nulla dell’esistente, confermando solo le scelte dell’anno passato senza alcuna variazione. Come si dice: niente nuove, buone nuove. Un motto quanto mai attuale per la nostra disgraziata finanza pubblica. Consentire all’insaziabile Minotauro di fare a pezzi sempre di più lo stato sociale sarebbe l’errore, e l’ingiustizia, più grande di questo XXI secolo.L'articolo In vista della Manovra si risveglia il Minotauro del populismo fiscale: col debito si consolida il consenso proviene da Il Fatto Quotidiano.