“Siamo divisi, non c’è modo d’indorare la pillola, e se non abbiamo una posizione unica non abbiamo voce sulla scena globale“. L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas usa queste parole per descrivere la paralisi dell’Europa, emersa anche al consiglio informale degli Esteri a Copenhagen. Dove si è parlato tanto, ma si è concluso pochissimo. L’Unione Europea conferma lo stallo quando si tratta d’Israele e di che misure prendere – tutti insieme – per colpire il governo di Benjamin Netanyahu, colpevole di non rispettare i diritti umani a Gaza. L’unica, debole, misura proposta dalla Commissione (ovvero sospendere i fondi per le start-up nell’ambito del programma Horizon) non riesce a trovare il sostegno necessario benché serva solo la maggioranza qualificata e non l’unanimità.Partiamo però dai dettagli. Al consiglio informale Esteri – nome in codice Gymnich: lo organizza ogni presidenza di turno – non si prendono decisioni pratiche ma si discute liberamente, con l’idea di favorire le intese (in questo caso nella sala c’erano solo i ministri, senza i consiglieri e i cellulari). Ad opporsi alla Commissione ormai sono solo un gruppo minoritario di Paesi: Germania, Italia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Romania. Forse anche l’Austria. Abbastanza però per avere una minoranza di blocco. Ma a contare davvero sono Roma e Berlino. Se una delle due capitali cambia schieramento, la maggioranza si trova. Oppure se restano isolate insieme a Budapest. Non a caso prima dell’informale il ministro tedesco Johann Wadephul e il suo omologo italiano Antonio Tajani hanno avuto un bilaterale in cui sono emerse “identità di vedute” sia sul dossier ucraino che quello israeliano.Tajani, parlando coi giornalisti, ha ammesso che Israele “ha superato il limite della reazione legittima dopo l’attacco del 7 ottobre” ma allo stesso tempo non si è detto a favore alle misure proposte dall’esecutivo Ue. Altri Paesi – ad esempio Olanda, Svezia e Danimarca, padrone di casa – hanno chiesto di andare persino oltre, sospendendo il capitolo della cooperazione commerciale con Israele, prevista dall’accordo di associazione, il boicottaggio dei prodotti provenienti dalle aree occupate della Cisgiordania e sanzioni ai danni dei ministri estremisti di Netanyahu. “Iniziamo con le sanzioni ai coloni violenti, più coloni e più sanzioni, e se poi non funziona si possono studiare altre tappe”, ha dichiarato Tajani non chiudendo all’ipotesi delle misure contro i ministri che appunto incitano i coloni. Detto questo, fonti diplomatiche evidenziano quanto capitale politico abbia “bruciato” il cancelliere Frederich Merz con l’embargo parziale alle armi, misura a ben vedere ben più pesante che lo stop a 170 milioni di euro sull’arco pluriennale. “Non è la fine della storia”, precisa a riguardo della posizione tedesca.L’altro grande tema, l’Ucraina, registra senz’altro più unità di vedute. Al netto delle solite sparate sui social dell’ungherese Péter Szijjártó (“oggi dovremo affrontare uno tsunami di sostegno alla guerra”), gli altri 26 Stati membri hanno ribadito il sostegno a Kiev e la necessità di varare nuove sanzioni per obbligare Vladimir Putin a negoziare davvero. Il 19esimo pacchetto sanzioni è allo studio dunque la riunione è servita come ‘brain storming’, con le proposte vere e proprie attese per settimana prossima (si va dai dazi alla finanza, dalla flotta ombra all’energia). L’unica vera frizione sta tra chi vorrebbe usare subito i beni congelati alla Russia (oltre 200 miliardi di euro) per sostenere l’Ucraina e chi si oppone, forte delle cautele chieste dalla Banca Centrale Europea. Tajani si è fatto portavoce di questo gruppo, a suo dire la “stragrande maggioranza” tra i 27.“Politicamente avrebbe senso ma ci sono dubbi sulla base giuridica e se fosse così sarebbe un regalo a Putin“, ha ammonito. Kallas (invece favorevole) ha poi assicurato che tutti sono però d’accordo sul fatto che Mosca “non potrà mai rivedere” quei miliardi se non risarcisce l’Ucraina per i danni. “Dobbiamo essere pronti a come comportarci se ci sarà un accordo di pace”, ha precisato. Ecco il perché della discussione. Insomma, le differenze spesso pesano. Kallas voleva che se ne parlasse in una apposita sessione, per esplorare metodi su come superare l’obbligo dell’unanimità, ma non si è fatto in tempo. “Io sento che le persone in Europa perdono la fiducia se non siamo in grado di prendere delle decisioni”, ha avvertito.L'articolo Ue divisa sulle misure contro Israele. Kallas: “Così non abbiamo voce, le persone perdono la fiducia” proviene da Il Fatto Quotidiano.