C’è un oggetto immancabile in qualsiasi armadio, indipendentemente dall’età, dal genere, dallo stile, delle abitudini: un paio di sneakers. Che siano scarpe da running super ammortizzate o modelli casual da indossare sotto un vestito, le sneakers mettono quasi tutti d’accordo e sono ormai sdoganate anche al di fuori dei contesti sportivi. Lo confermano i numeri: a livello globale i volumi si attestano sui 2,5 miliardi di paia immesse sul mercato ogni anno, con una netta prevalenza del segmento lifestyle (circa il 60%). A questi bisogna aggiungere un altro 12-15% di vendite di seconda mano. La produzione è fortemente concentrata, con i grandi poli manifatturieri asiatici che realizzano circa il 72% delle unità.Sul fronte dei consumatori emerge un dato significativo: quasi la metà degli acquirenti ha tra i 16 e i 34 anni, una fascia di età generalmente più sensibile ai temi ambientali. Non stupisce quindi che molti si chiedano quanto sia davvero sostenibile un paio di sneakers. Il problema è che rispondere non è affatto semplice.A differenza di una t-shirt o di un maglione, le informazioni sui materiali di una scarpa sono limitate. La normativa europea obbliga a indicare solo il materiale prevalente utilizzato in tre parti del prodotto: tomaia (la parte esterna superiore), rivestimento interno (compresa la soletta) e suola esterna. In quest’ultima categoria rientra praticamente tutto il resto: plastiche, schiume sintetiche, gomme tecniche. Il risultato è che due paia di sneakers completamente diverse possono legalmente avere la medesima etichetta.I materiali, però, determinano la maggior parte dell’impatto ambientale. Secondo l’associazione di categoria Assomac, oltre il 60% delle emissioni di gas serra dell’industria calzaturiera deriva dalle fasi di produzione ed estrazione delle materie prime. Le analisi di Life Cycle Assessment (LCA) confermano questo dato. Uno studio molto citato realizzato da Mit e da diversi produttori di footwear ha stimato che un paio di scarpe da running può generare circa 13-14 kg di CO₂ equivalente lungo il suo ciclo di vita, una quantità paragonabile a guidare un’auto per circa 80 chilometri.Una delle ragioni di questo impatto è la complessità del prodotto. Come spiega la rivista tecnica Arsutoria, una sneaker può contenere oltre 60 componenti diversi tra tessuti sintetici, schiume, plastiche e gomme, tenuti insieme da incollaggi permanenti. Questo sistema è ciò che rende le sneakers leggere, resistenti e performanti. Ma, quando arrivano a fine vita, è quasi impossibile separare i materiali che le compongono. Per questo, molte aziende e centri di ricerca stanno esplorando soluzioni basate sul design for disassembly, cioè la progettazione di prodotti pensati per essere smontati. Ridurre o eliminare l’uso della colla aiuterebbe a recuperare gomma, tessuti e schiume e reinserirli nei cicli produttivi.Negli ultimi anni diversi marchi hanno iniziato a lavorare su materiali e modelli di produzione alternativi. Il francese Veja, fondato nel 2005, è diventato uno dei simboli della sneaker sostenibile grazie all’uso di cotone biologico, gomma naturale dall’Amazzonia e materiali riciclati, oltre a una forte attenzione alla trasparenza della filiera. Un approccio diverso è quello di Allbirds, che sostituisce in parte le componenti petrolchimiche con lana merino, fibre di eucalipto e schiume a base di canna da zucchero. La svizzera On Running ha invece sperimentato un modello di economia circolare con Cloudneo, una scarpa da corsa realizzata con un unico materiale plastico riciclabile e distribuita tramite un sistema di abbonamento: quando si consuma, viene restituita all’azienda per essere riciclata.In Italia, ID.EIGHT utilizza materiali derivati da bucce di mela, residui di uva o foglie di ananas, combinati con fibre riciclate. Il brand Yatay sviluppa invece biomateriali alternativi alla pelle, tra cui componenti di origine vegetale e micelio. Marchi più piccoli come Wao puntano su sneakers animal-free prodotte in Italia con materiali riciclabili e filiere trasparenti, mentre realtà emergenti come Solari Milano sperimentano materiali vegetali e produzioni artigianali a basso impatto.Anche la sneaker più innovativa, però, perde gran parte del suo vantaggio ambientale se viene sostituita dopo pochi mesi perché è passata di moda o la suola mostra i primi segni di usura. Accanto ai brand che sperimentano nuovi materiali, quindi, ne esistono altri che si focalizzano sulla durata e sulla riparabilità. Un esempio interessante è l’italiano Golden Goose, noto per le sue sneakers volutamente “vissute”, che permette di riparare, rigenerare o personalizzare le scarpe già acquistate. Chiaramente, molto dipende anche da noi consumatori: prima ancora di andare alla ricerca di etichette e certificazioni, dobbiamo reimparare a dare valore a ciò che abbiamo nell’armadio.L'articolo Sneakers sostenibili: come l’industria delle scarpe affronta l’impatto ambientale proviene da Il Fatto Quotidiano.