Di “decrescita felice” in Italia si è parlato poco negli ultimi anni. Lo hanno fatto mille associazioni, come il Movimento per la Decrescita felice, ci hanno scritto libri intellettuali e professori. Ma in ambito politico il concetto non è mai arrivato. Peggio, è rimasto un tabù assoluto, qualcosa che sembrava mettere in discussione il progresso, l’inarrestabile cammino dell’umanità verso la crescita e una tecnologia capace di coprire ogni esigenza.Eppure, quello che i fautori della decrescita hanno sempre suggerito è qualcosa di abbastanza facile se non ovvio. La crescita infinita in un pianeta finito non è possibile. Quindi dobbiamo ridurre un po’ la crescita, ovvero consumare un po’ di meno. Questo non ci porta allo stare male, perché nel frattempo possiamo creare e rafforzare infrastrutture relazionali e sociali che ci rendono realmente felici. Così come possiamo puntare sui beni comuni, che ci sostengono e ci rendono più eguali. Se a tutto questo, aggiungerei, avessimo messo in campo una crescita esplosiva delle energie rinnovabili, mentre nel frattempo avessimo ridotto i consumi energetici attraverso l’elettrificazione e soprattutto l’efficientamento energetico, saremmo arrivati a una sovranità energetica unita a una condizione di serenità e appagamento. Il tutto senza grosse rinunce, anzi con enormi risparmi di soldi e di stress.Invece oggi ritorniamo a una condizione di decrescita infelice perché imposta. Si paventano condizionatori semispenti d’estate, targhe alterne, smartworking (questo un bene, anche se riduce le relazioni sociali). Tutte cose che terrorizzano la politica forse prima che noi. Se la guerra non fosse un fatto immensamente tragico, con il suo carico di morti e distruzione, ci sarebbe quasi da ridere. Siamo ancora qui? Davvero? Siamo ancora di fronte alla possibilità di una riduzione imposta e al terrore dalla dipendenza da altri per i nostri fabbisogni di energia? Ma come abbiamo potuto essere così miopi? E soprattutto chi ci ha resi dipendenti da petrolio e gas, mentre non ha investito come si sarebbe dovuto nelle energie rinnovabili, blaterando anche di un possibile nucleare che non ci sarà mai per l’Italia?Come ho già scritto, siamo nel 2026 eppure sembriamo ricaduti negli anni Settanta. Cinquant’anni in cui si è fatto poco o nulla, a parte la crescita delle rinnovabili dovuta soprattutto ad aziende lungimiranti e, anche, cittadini capaci di capire ben prima della politica che quello era il futuro.Ma soprattutto, non siamo stati capaci in nessun modo di parlare di decrescita felice e metterla in pratica. Non abbiamo rafforzato le reti sociali, non abbiamo riflettuto sui nostri consumi e su cosa si poteva agilmente eliminare. Le grandi aziende capitaliste hanno impedito in tutti i modi sia questa riflessione che questa riduzione, puntando ancora sulla stanca retorica della felicità e del possesso individuali, dell’accumulo, del costante rinnovo tecnologico che porta all’obsolescenza di prodotti assolutamente ancora utilizzabili. La stampante si rompe? Costa poco, neanche guardo che cos’è, la butto direttamente. E così via.Quando porto mio figlio a scuola incappo sempre nella facciata di una palazzo “affittata” alle pubblicità della Apple. La continua uscita di modelli sempre nuovi, a prezzi assurdi, è quasi angosciante. Siamo in una vera e propria bolla ecologicamente insostenibile, ma anche psicologicamente, perché il capitalismo ci isola, ci rende più soli e disperati, ci fa sentire inadeguati – quando magari abbiamo tutto ciò che ci serve – per farci comprare ancora, buttando o cambiando un prodotto magari perfettamente funzionante.Ma disperati ci troviamo oggi, viste le bollette folli e il prezzo della benzina: costretti a ridurre i nostri consumi in maniera brutale e forzata. E, soprattutto, in maniera diseguale, visto che come in tutte le crisi a rimetterci sono i più poveri.Tuttavia, se mai la guerra finirà e il petrolio tornerà a scorrere, potremmo ritrovarci in una situazione peggiore di adesso. Quella in cui, di nuovo, come dopo la tragedia collettiva immane della pandemia da Covid, dimentichiamo tutto e torniamo a fare la nostra solita vita. Senza riflettere sul fatto che, fino a che siamo dipendenti dal petrolio e dal gas, rischiamo crisi continue, per non parlare degli effetti sulla crisi climatica. Ma soprattutto rischiamo di non discutere di ciò che è più importante, ovvero, appunto, una riflessione su una possibile e praticabile decrescita felice. Fatta di condivisione e di dialogo, fatta di cose in comune ed economia circolare, fatta di cultura e bellezza. Oltre che, ovviamente, di vera sovranità energetica.Quella che le lobby anche italiane del gas, e così la politica ad esse legate, probabilmente non vedono di buon occhio, perché potremmo davvero diventare quasi del tutto indipendenti usando il sole, il vento e l’acqua. È possibile, tutti gli scienziati lo dicono, ma a noi viene nascosto, anche con la retorica delle rinnovabili insicure e intermittenti. Così avanti, fino alla prossima crisi, che arricchisce alcuni e impoverisce tantissimi. Quando capiremo che stiamo ancora sbagliando tutto?L'articolo Abbiamo scordato la decrescita felice e ora ci viene imposta: eppure potrebbe salvarci dalla dipendenza energetica proviene da Il Fatto Quotidiano.