Il paradosso dell’anticorruzione europea: più norme, più malaffare

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C’è un equivoco che attraversa l’intero dibattito europeo sulla nuova direttiva anticorruzione, le cui finalità sono di armonizzare a livello Ue i reati contro la pubblica amministrazione e rafforzare gli strumenti di prevenzione e repressione, introducendo un catalogo vincolante di fattispecie – dalla corruzione al traffico di influenze, fino all’uso illecito della funzione pubblica.Si crede in sostanza che più norme significhino meno pratiche corruttive. È una convinzione intuitiva, ma sbagliata. Tanto più se si considera che il provvedimento, approvato dal Parlamento europeo con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni, impone anche strategie nazionali anticorruzione, controlli sui conflitti di interesse e nuove autorità, con un termine di 24 mesi per il recepimento.Discrezionalità e condizionamentoGli effetti di questa impostazione sono noti, anche se spesso ignorati. Il potere non si limita a reprimere gli abusi: li rende possibili. Quando le decisioni dipendono da autorizzazioni, concessioni, pareri discrezionali, si crea uno spazio in cui il favore sostituisce la regola. Ed è nello spazio così creato che nasce il malaffare.Ludwig von Mises lo ha spiegato con chiarezza: la corruzione non è un incidente, “è un fenomeno concomitante e inevitabile dell’interventismo statale”. Più cresce il potere discrezionale, più cresce l’incentivo a influenzarlo. «In un Paese interventista – ha pure sottolineato – i gruppi di pressione mirano ad assicurare ai loro membri privilegi a spese dei gruppi e degli individui più deboli”.La lezione atenieseQuesta dinamica era già nota nell’Atene classica. Le fonti mostrano che il problema non era l’assenza di norme, ma il fatto che chi esercitava una funzione pubblica non poteva accettare doni senza esserne condizionato. L’accettazione del dono era considerata di per sé sufficiente a dimostrare che la decisione non era più libera, era invece influenzata da un’obbligazione personale.Non solo. Il sistema ateniese prevedeva controlli rigorosi e sanzioni anche molto elevate, fino al pagamento di somme pari a più volte il valore del beneficio ricevuto. Eppure, proprio mentre le norme si rafforzavano, cresceva anche la percezione diffusa della corruzione: segno che il problema non stava nella mancanza di regole, quanto nella struttura stessa del potere che rendeva possibile lo scambio di favori.Ciò che nella vita sociale costruiva relazioni, nelle istituzioni diventava così un vincolo capace di limitare la libertà di giudizio e di aprire la strada a decisioni condizionate. Non a caso, nelle medesime fonti emerge anche la consapevolezza che tale meccanismo non agisce solo sul piano materiale, bensì su quello decisionale: persuade, orienta il giudizio, modifica l’esito delle deliberazioni pubbliche. Non è quindi necessario dimostrare un accordo esplicito: il semplice fatto di aver ricevuto basta a incrinare l’imparzialità.È lo stesso meccanismo che si ripresenta oggi. Se una decisione pubblica dipende da qualcuno, quel qualcuno può essere influenzato. E più cresce il potere di decidere caso per caso, più cresce lo spazio per il condizionamento.La direttiva europeaLa direttiva europea parte invece dall’idea opposta: che basti ampliare i reati per contenere gli abusi. A rafforzare questa impostazione è il contenuto stesso del provvedimento. L’articolo 7 impone infatti agli Stati di punire le violazioni gravi della legge commesse dal funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni, ma lo fa in termini volutamente ampi e generici.Non a caso, mentre in Italia si riaccende lo scontro politico tra chi parla di obbligo di reintroduzione dell’abuso d’ufficio e chi rivendica la libertà di scelta del legislatore nazionale, resta un dato: la direttiva non impone una fattispecie precisa, ne amplia l’area del penalmente rilevante lasciando agli Stati un’ampia discrezionalità.Ed è proprio questa il nodo centrale del problema. Si interviene così sugli effetti, non sulle cause: si rafforza il controllo senza ridurre il potere che lo rende necessario.Il timore della firmaNon sorprende allora che norme troppo ampie producano effetti opposti a quelli dichiarati. L’abuso d’ufficio, nel nostro Paese, ha mostrato proprio questo limite: non ha inciso realmente sui fenomeni distorsivi, ha solamente reso incerta l’azione amministrativa. Ha spinto molti a non decidere, per evitare rischi.Non è un caso che, per anni, amministratori locali abbiano denunciato il cosiddetto “timore della firma”: la paura di assumere decisioni legittime ma esposte, in un secondo momento, a interpretazioni giudiziarie. In un contesto simile, l’efficienza amministrativa non si riduce per mancanza di risorse, quanto per eccesso di rischio.La direttiva non ripristina formalmente quella disposizione: ne ricostruisce la logica. Non impone il nome, stabilisce il contenuto. E così riafferma un principio semplice: ogni uso “scorretto” del potere deve essere penalmente rilevante. Nondimeno, quando il confine è incerto, il rischio diventa permanente.L’eccesso di normeC’è poi un effetto ancora più profondo. Quando le regole diventano troppe e troppo complesse, la loro violazione diventa normale. La legalità non si indebolisce per mancanza di norme, si sfibra piuttosto per eccesso.Il risultato è un paradosso: si moltiplicano i reati per difendere la legalità e si costruisce, nello stesso tempo, un sistema in cui rispettarla diventa sempre più difficile.Se si vuole davvero limitare gli abusi del potere, la strada è un’altra: meno discrezionalità, autorizzazioni e potere concentrato. Più regole semplici e generali, uguali per tutti. In un’economia libera di mercato – ha osservato ancora Mises – capitalisti e imprenditori non possono aspettarsi vantaggi dalla corruzione dei pubblici funzionari e dei politici; e questi ultimi non sono in grado di ricattare gli operatori economici né di estorcere loro guadagni illeciti.La nuova disposizione europea va nella direzione opposta. Aumenta i reati, rafforza i controlli, e, nonostante ciò, lascia intatto – e in parte accresce – il potere che genera il problema.La questione, allora, non è se l’abuso d’ufficio tornerà. Tornerà, sotto altra forma. La vera domanda è un’altra: si vuole davvero ridurre il sistema di favori, o continuare a gestirlo? Finché si insisterà su questa strada, il risultato sarà sempre lo stesso: non meno corruzione, ma una corruzione più diffusa, più nascosta e sempre più simile al normale funzionamento del sistema.L'articolo Il paradosso dell’anticorruzione europea: più norme, più malaffare proviene da Nicolaporro.it.