La presenza russa in Libia non è recente. Fin dal 2015, Mosca ha adottato un approccio sistematico alla destabilizzazione del paese nordafricano, sostenendo Khalifa Haftar e il suo Esercito nazionale libico (Lna) con mercenari del Gruppo Wagner, sistemi d’arma e copertura diplomatica all’Onu. L’obiettivo strategico era duplice: ottenere una base navale nel Mediterraneo centrale — per affiancare Tartus in Siria — e consolidare un’influenza sull’enorme riserva petrolifera libica stimata in 53 trilioni di piedi cubi di gas naturale.Dopo la caduta del regime di Assad in Siria nel gennaio 2025, che ha privato Mosca di Tartus, la Libia è diventata ancora più cruciale nella proiezione mediterranea russa. Il Wagner Group è stato riorganizzato in Africa Corps, struttura paramilitare sotto controllo diretto del Ministero della Difesa russo, tuttora dispiegata nella Libia centrale e meridionale in cooperazione con Haftar. La dipendenza di quest’ultimo da Mosca, tuttavia, si è gradualmente attenuata: Haftar ha compreso che la perdita di Tartus ha indebolito il potere contrattuale russo, e ne sta approfittando per diversificare le proprie alleanze.La shadow fleet e la guerra navale nel MediterraneoLa shadow fleet russa — una flotta stimata in oltre 3.000 navi che operano sotto bandiere di comodo e ownership opaca per eludere le sanzioni occidentali sulle esportazioni energetiche — è diventata un obiettivo prioritario per Kyiv. Dopo avere dominato il Mar Nero con i droni navali Magura V5, l’Ucraina ha esteso le operazioni al Mediterraneo, cercando basi di lancio più vicine ai flussi petroliferi russi che aggirano il Bosforo.Secondo l’inchiesta Rfi, l’accordo tra Kyiv e Tripoli è stato avviato nell’ottobre 2025 su iniziativa del generale Andrii Baiuk, addetto militare ucraino in Algeria. In cambio dell’accesso al territorio libico, l’Ucraina offre addestramento nelle operazioni con droni, investimenti nel settore petrolifero e prospettive di forniture di armamenti. Il 4 marzo 2026, la nave gasiera russo Arctic Metagaz — carico di 60.000 tonnellate di Gnl e diretto al porto egiziano di Port Said — è stato colpito da un Magura V5 lanciato dalla base di Mellitah. A dicembre 2025, la stessa dinamica aveva colpito la petroliera Qendil, a 250 chilometri dalla costa libica. Entrambe le operazioni sono state condotte senza che né Kyiv né Tripoli confermassero pubblicamente.Il dato geopoliticamente rilevante è che le basi ucraine a Misurata e Mellitah condividono le strutture con contingenti americani di Africom, un centro d’intelligence britannico, e forze turche e italiane. Questo non implica un comando congiunto formale, ma suggerisce una tolleranza attiva — e nel caso britannico, secondo Rfi, un contributo tecnologico diretto — alle operazioni contro la flotta fantasma russa.La Libia divisa: attori, alleanze e geometrie variabiliLa Libia rimane spaccata tra il Governo di unità nazionale (Gnu) a Tripoli, internazionalmente riconosciuto e guidato da Abdelhamid Dbeibah, e l’amministrazione orientale di Bengasi-Tobruk che fa capo all’Lna di Haftar, sostenuta da Egitto, Emirati e Russia. Ma le linee di frattura stanno rapidamente evolvendo.La Turchia — storico pilastro militare del Gnu, al quale deve la sopravvivenza dopo l’offensiva di Haftar del 2019-2020 — ha avviato nel 2025 un significativo riposizionamento. Saddam Haftar, figlio del maresciallo e vice comandante dell’Lna, ha visitato Ankara tre volte nel 2025. Il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalın, si è recato a Bengasi in agosto, prima visita ad alto livello da anni. Una corvetta della Marina turca ha effettuato esercitazioni navali nel porto di Bengasi. Erdogan sta perseguendo l’obiettivo di farsi riconoscere dalla Cirenaica l’accordo sulle Zone Economiche Esclusive siglato con Tripoli nel 2019, che gli darebbe accesso alle risorse energetiche dell’est. Il risultato è che Ankara si sta trasformando da sponsor esclusivo di Tripoli a mediatore ambizioso tra tutti gli attori libici.Dbeibah, che vede il suo principale protettore militare allontanarsi, ha risposto aprendo le porte agli ucraini: una mossa che gli porta addestramento autonomo sui droni, attrae la copertura implicita di Washington e Londra, e colpisce la principale fonte di finanziamento dell’Africa Corps che sostiene il suo rivale orientale. È geopolitica della sopravvivenza, non scelta di campo.Gli americani e il progetto della Libia unificataLa strategia americana è più sofisticata di una semplice scelta di campo. Washington non vuole che vinca Tripoli, né che vinca Bengasi. Vuole una fusione delle istituzioni militari libiche sotto ombrello occidentale che espella i russi dall’equazione. Africom ha incontrato Dbeibah a Tripoli e Haftar a Bengasi nella stessa settimana; ha scelto Sirte — la linea del cessate il fuoco — per ospitare la prima esercitazione Flintlock congiunta tra le due Libie nella primavera 2026. L’inviato americano Massad Boulos ha riunito Saddam Haftar e Ibrahim Dbeibah a Roma nel settembre 2025, in una mediazione che ha prodotto un accordo preliminare sulla distribuzione dei proventi petroliferi.Il nodo irrisolto è che Haftar, a 82 anni e con la successione dinastica già avviata con i figli Saddam, Khaled e Belqāsem, non ha alcuna intenzione di subordinarsi a Tripoli. Gli americani puntano a unificare le strutture militari a livello tecnico-operativo — addestramento congiunto, catena di comando condivisa sul contrasto al terrorismo — lasciando aperta la questione politica. È un modello che può funzionare se nessuno forza la mano. Diventa fragile nel momento in cui uno degli attori esterni — Russia, Turchia, o le milizie interne — rompe l’equilibrio.La crisi energetica mediorientale come acceleratoreLa crisi nello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — ha trasformato la Libia da opzione strategica a necessità immediata per la sicurezza energetica europea. La Libia produce 1,4 milioni di barili al giorno, con un obiettivo Noc di 2 milioni entro il 2030. Le nuove scoperte Eni del marzo 2026 — le strutture Bess 2 e Bess 3, a 85 km dalla costa, con oltre 28 miliardi di metri cubi di gas in posto — confermano il potenziale ancora largamente inespresso. In un contesto in cui le rotte del Golfo sono instabili e il gas russo è sanzionato, il GreenStream che collega Mellitah a Gela è diventato uno degli asset infrastrutturali più preziosi dell’intero Mediterraneo.L’Italia: interessi strategici e diplomazia attivaIn questo teatro, l’Italia vanta una presenza storica e interessi materiali di primissimo piano. Eni è in Libia dal 1959 ed è oggi il principale operatore straniero nel paese, con una produzione equity di circa 162.000 barili equivalenti al giorno nel 2025 e una joint venture paritaria con la Noc attraverso Mellitah Oil & Gas. L’investimento da 8 miliardi di dollari nelle Strutture A&E — il cui avvio produttivo è previsto nel 2026 — e le nuove scoperte del marzo 2026 nei giacimenti Bess 2 e Bess 3 confermano la profondità dell’impegno italiano. Il gasdotto GreenStream, che da Mellitah raggiunge Gela in 520 km di Mediterraneo, rimane una delle infrastrutture energetiche più strategiche per l’approvvigionamento europeo, tanto più in un contesto di instabilità delle rotte del Golfo.Sul piano politico-diplomatico, Roma ha coerentemente sostenuto il processo di riunificazione libica nelle sedi internazionali, affiancando il dialogo tra le parti con la propria presenza istituzionale. La missione bilaterale Miasit — 233 militari autorizzati, attivi nell’addestramento e nel supporto alle istituzioni libiche — rappresenta una leva di cooperazione consolidata con il governo di Tripoli. L’Italia ha inoltre offerto una cornice diplomatica al processo di avvicinamento tra i due fronti libici: non è casuale che l’incontro mediato dall’inviato americano Massad Boulos tra le delegazioni di est e ovest si sia svolto a Roma nel settembre 2025, consolidando il ruolo italiano di facilitatore credibile per tutte le parti.La stabilità della Libia — e la progressiva riduzione delle interferenze esterne che ne alimentano la divisione — è nell’interesse diretto dell’Italia, per ragioni energetiche, migratorie e di sicurezza nel Mediterraneo allargato. In questo senso, il Piano Mattei offre una cornice strategica ambiziosa: trasformare l’Italia in hub energetico europeo per il gas nordafricano, costruendo con la Libia una partnership non predatoria ma generativa di sviluppo reciproco. È una visione che richiede stabilità duratura, e che quindi si intreccia inevitabilmente con l’esito delle dinamiche in corso. La posta in gioco, per Roma, non potrebbe essere più alta.