di Domenico Chiarella e Sergio G. LonghitanoLo Stretto di Hormuz è al centro dell’attenzione mediatica per il ruolo strategico svolto da questo braccio di mare che collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman. Lo stretto infatti funge da connettore non solo per il trasporto di fonti energetiche convenzionali che avvengono via mare, ma per molti altri beni essenziali per la sussistenza commerciale di molti paesi, anche relativamente lontani dalla zona di interesse.Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marino di circa 32 km di larghezza nel suo punto più rastremato e una profondità che oscilla tra 30 e 100 metri. Analizzare la morfologia del fondo marino e il comportamento delle correnti oceaniche ci aiutano a capire la dinamica di questo specchio d’acqua, appena più largo della distanza tra Napoli e Capri, e di come la sua gestione e utilizzo vadano oltre la pressione geopolitica del momento.Lo Stretto di Hormuz è percorso da un sistema di correnti stratificate in due livelli sovrapposti e con verso di propagazione opposto. In superficie, acque relativamente più fresche e meno saline provenienti dal Golfo di Oman entrano verso nord-ovest, alimentando il Golfo Persico. In profondità, invece, acque più dense, calde e ipersaline, prodotte dall’intensa evaporazione del Golfo, fuoriescono verso il basso, scorrendo verso il Golfo di Oman e, da lì, verso l’Oceano Indiano. Questa asimmetria idrodinamica rappresenta il meccanismo fondamentale che governa la distribuzione dei sedimenti sul fondale e, di conseguenza, la navigabilità dello stretto nel medio e lungo periodo.Il fondale dello Stretto di Hormuz è quindi tutt’altro che una superficie inerte. I modelli sedimentologici sviluppati a partire dagli anni Ottanta da istituzioni iraniane, omanite e internazionali, mostrano una distribuzione dei sedimenti strettamente correlata all’intensità delle correnti locali con implicazioni dirette per la navigazione. I canali di accesso ai principali terminal petroliferi, come Larak, Sirri, Kish lungo il margine iraniano, o Mina al-Fahal lungo quello omanita, attraversano zone dove il tasso di accumulo di sedimenti è tutt’altro che trascurabile. Le operazioni di dragaggio periodico sono una necessità tecnica imprescindibile per mantenere i fondali a quote compatibili con il pescaggio delle superpetroliere VLCC (Very Large Crude Carriers), che possono superare i 20 metri di immersione a pieno carico.Un’interruzione prolungata di queste operazioni, per ragioni politiche, per l’escalation di un conflitto, per il blocco delle forniture di materiali e attrezzature, si tradurrebbe nel giro di mesi in un interramento progressivo dei canali e in una riduzione della capacità di transito indipendentemente da qualsiasi azione militare.In questo contesto, il quadro geologico e quello geopolitico si intrecciano in modo inestricabile. Lo Stretto di Hormuz non è solo un confine politico tra Iran e Oman: è una struttura geologica formatasi durante la chiusura dell’antico Oceano Tetide, il cui fondale è ancora oggi modellato dalle faglie attive della Catena di Zagros a nord e dall’arco delle isole di Qeshm e Hormuz. La sismicità del bacino, con terremoti frequenti nella fascia di subduzione del Makran e lungo le faglie trascorrenti dello Zagros, ha il potenziale di modificare in modo rapido e imprevedibile la morfologia del fondo marino. Un evento sismico di magnitudo significativa potrebbe innescare frane sottomarine tali da rendere obsoleti in poche ore i dati di cartografia nautica disponibili.C’è un’ultima riflessione che la geologia suggerisce a chi osserva le crisi geopolitiche con l’impazienza della notizia. Il tempo della geologia è lento: i sedimenti si accumulano secondo ritmi di millimetri per anno, le correnti scolpiscono il fondale in secoli, le strutture tettoniche si spostano in milioni di anni. Eppure, in determinati momenti, eventi come terremoti, tempeste marine o frane subacquee possono improvvisamente accelerare il ritmo geologico di un sito in modo catastrofico.La geopolitica dello Stretto di Hormuz funziona in modo analogo. Per decenni, la stabilità relativa della regione ha permesso al sistema di funzionare nonostante le tensioni. Ma i sistemi complessi, siano essi geologici o geopolitici, sono soggetti a ritmi temporali critici spesso caratterizzati da cambiamenti non lineari, rapidi e difficilmente reversibili. I modelli geologici ci insegnano che processi lenti e impercettibili possono preparare le condizioni per un mutamento improvviso. Forse vale la pena applicare la stessa logica all’analisi di quanto sta accadendo in queste settimane sulle acque, e sotto le acque, del golfo più monitorato, più conteso e, paradossalmente, meno conosciuto del mondo.L'articolo Stretto di Hormuz: perché la geologia è cruciale quanto la geopolitica proviene da Il Fatto Quotidiano.