Ecco come la Cina è diventata un salvagente economico per l’Iran

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Se oggi, nonostante anni di sanzioni americane e occidentali, l’Iran riesce ancora a finanziare la propria macchina militare gran parte del merito (o della responsabilità, a seconda dei punti di vista) passa da Pechino. È questo il quadro che emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui la Cina è diventata il vero salvagente economico della Repubblica islamica, acquistando ormai quasi tutto il petrolio iraniano e contribuendo in modo decisivo a mantenere in piedi il sistema finanziario che alimenta Teheran.Una storia che inizia dieci anni fa, con la strategia di “massima pressione” lanciata da Donald Trump durante il suo primo mandato con la quale il Tycoon puntava a prosciugare la principale fonte di entrate dell’Iran, cioè l’export di greggio. Inizialmente questo approccio ha avuto i suoi frutti, contando come tra il 2018 e il 2019 le esportazioni petrolifere iraniane sono crollate drasticamente. Ma Teheran ha trovato il modo di adattarsi, soprattutto grazie alla disponibilità cinese ad assorbire il suo greggio a prezzi scontati. Secondo i dati citati dal quotidiano statunitense, nel solo 2025 la Cina avrebbe acquistato circa 1,4 milioni di barili al giorno dall’Iran, oltre l’80% delle vendite petrolifere iraniane complessive. Un dato che mostra come il rapporto energetico tra i due Paesi sia ormai diventato strutturale, e non più soltanto opportunistico. Dietro questo flusso commerciale, però, non c’è solo un normale scambio di mercato, quanto un sistema sofisticato di elusione delle sanzioni che si è consolidato nel tempo.A renderlo possibile, come spiega il Wsj, sono diversi fattori, tra cui l’uso di società di copertura, fatture false, petroliere della cosiddetta shadow fleet, transhipment in mare aperto, tracciamenti Ais spenti o manipolati, e una rete di istituti finanziari cinesi di dimensioni medio-piccole, meno esposti alle ritorsioni occidentali. Un ruolo decisivo lo giocano anche le raffinerie private cinesi, i cosiddetti teapots, che hanno progressivamente sostituito i grandi colossi energetici statali del Dragone come Sinopec o Cnpc, troppo integrate nei circuiti finanziari globali per rischiare sanzioni secondarie americane. In questo modo, l’Iran ha potuto continuare a esportare petrolio, pur dovendo rinunciare alla trasparenza e accettare costi operativi più elevati, e quindi ad accumulare risorse.Il punto politico, però, è ancora più importante di quello economico. La Cina non appare interessata a sfidare apertamente gli Stati Uniti sul dossier iraniano, ma allo stesso tempo continua a proteggere nei fatti un partner utile sia sul piano energetico sia su quello strategico (come dimostrato anche dal sostegno tecnologico fornito al regime, sostegno che sembra però essersi rivelato controproducente). Per Pechino il greggio iraniano costa meno, contribuisce alla sicurezza energetica nazionale e al tempo stesso ostacola gli obiettivi americani in Medio Oriente. È una convergenza di interessi che spiega perché, nonostante le tensioni diplomatiche e il rischio reputazionale, l’opportunistico rapporto tra Cina e Iran non sia venuto meno.Inoltre, per Washington questo rappresenta un problema strutturale. Colpire troppo duramente le reti cinesi che comprano o finanziano il petrolio iraniano significherebbe rischiare nuove frizioni con Pechino e, soprattutto, possibili contraccolpi su un mercato globale dell’energia già duramente influenzato dagli sviluppi delle ultime settimane. E applicare fino in fondo la pressione economica sull’Iran potrebbe avere un costo sistemico troppo alto. Il risultato è che, nonostante le sanzioni, Teheran continua a trovare ossigeno. E quell’ossigeno arriva in larga misura da est, dove c’è un attore più che felice di “metterlo a disposizione”.