Esperienze "mistiche", dissoluzione del sé, distorsioni sensoriali: i punti più alti (o più bassi) del viaggio allucinogeno degli psichedelici potrebbero dipendere dal fatto che queste sostanze fanno dialogare aree del cervello che di norma lavorano in modo indipendente.Lo sostiene uno studio che ha provato a mettere insieme in modo ragionato i dati di cinque anni di studi di neuroimaging sugli effetti acuti di queste sostanze, con una missione: ottenere una risposta completa e coerente su come le sostanze psichedeliche influenzino il cervello. I risultati dell'analisi, che ha coinvolto gruppi di ricerca dislocati in tre continenti e cinque Paesi, sono stati pubblicati su Nature Medicine.. Qualcosa in comune. Spesso le immagini di risonanza magnetica funzionale (fMRI: un esame che mappa l'attività cerebrale in tempo reale monitorando il flusso sanguigno) vengono elaborate e analizzate utilizzando metodi diversi, col risultato che si può arrivare a conclusioni in apparenza divergenti. Questo rende difficile estrarre, dai dati di questi studi, intuizioni utili ai fini scientifici.Per ovviare al problema, un gruppo di ricercatori guidati da Manesh Girn, del Dipartimento di Neurologia dell'Università della California a San Francisco, ha pulito e sistemato in modo coerente i dati di oltre 500 scansioni fMRI di 267 partecipanti in ricerche condotte dal 2012 in avanti su cinque sostanze psichedeliche: LSD, psilocibina (presente in alcuni funghi allucinogeni), mescalina (che si trova nei cactus come il peyote), DMT (dimetiltriptammina, vedi) e ayahuasca (derivante da diverse piante amazzoniche).A questo punto, il team ha analizzato i dati con un modello probabilistico sofisticato che considera le differenze tra gruppi e scoperto diverse caratteristiche comuni nelle alterazioni indotte da queste sostanze alla funzione cerebrale.. Fuori dagli schemi. Dalle analisi emerge che queste sostanze provocano un'intensa attività tra aree che di solito mostrano una connettività tra loro ridotta, come quelle deputate alle percezioni sensoriali (vista, tatto, udito) e quelle dedicate al pensiero astratto e all'introspezione. Dunque riducono la separazione tra il modo in cui percepiamo e quello in cui pensiamo. Non solo: gli psichedelici inducono un coordinamento temporaneo anche tra percezione e azione, cambiando il modo in cui le informazioni acquisite attraverso i sensi fluiscono attraverso i circuiti cerebrali. Alterano, quindi, il modo in cui il cervello si mette in relazione con il mondo.. Trip e terapia. Da un lato, la scoperta aiuta a spiegare le esperienze soggettive descritte da chi ha assunto queste sostanze in studi scientifici controllati; dall'altra, si intuisce il potenziale terapeutico di queste droghe, che assunte in condizioni di stretta sorveglianza medica agiscono «liberando le persone dalla routine e dai soliti modi di percepire e relazionarsi con il mondo», ha spiegato Girn.La scienza sta infatti esplorando la possibilità di un uso farmacologico degli psichedelici per attenuare i sintomi di depressione, ansia, disturbo post traumatico da stress, anoressia nervosa e altri disturbi mentali (degli ultimi studi a riguardo si è occupata anche Spoiler, la newsletter di Focus).. Lo studio aiuta a far chiarezza sulla modalità di azione degli psichedelici, e anche a sfatare qualche falso mito a riguardo: per esempio sembra molto più sfumato l'effetto di riduzione da parte di queste droghe dell'attività e della connettività del default mode network, la rete di modalità predefinita del cervello che si attiva quando sogniamo ad occhi aperti o fantastichiamo sul futuro. Studi passati avevano ipotizzato che l'intervento di queste sostanze su questa rete, associata all'introspezione, favorisse il disinnesco del "pilota automatico" del cervello e un senso di dissoluzione dell'ego..