C’è chi parla di evento prevedibile, come il sindaco, Antonio Di Pardo. C’è chi non se l’aspettava, come il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti. E poi c’è chi ricorda che per la frana di Petacciato, risvegliata per l’ennesima volta tra il 6 e 7 aprile, c’era un progetto in mano a Regione e Comune dal 2002 e mai portato a termine. A dirlo è l’architetto Domenico Staniscia, già assessore ai lavori pubblici del piccolo comune molisano dal 1999 e il 2003 e in seguito promotore del Comitato ‘No Frana’. Per anni ha denunciato l’abbandono di un progetto che, dice al Fatto, “aveva l’ambizione di risanare uno dei fronti franosi più estesi d’Europa”.Architetto Staniscia, lei se lo aspettava?Tutto quello che abbiamo detto anni fa è esattamente compatibile con quello che è successo l’altro giorno. La frana si è verificata proprio in quel tratto compreso tra i due viadotti autostradali Cacchione e Marinella, che è una fascia estremamente pericolosa dove ci sono le falde in pressione che provocano il movimento; e su quelle non è mai intervenuto nessuno.Il governatore ha detto che a breve sarebbero dovuti partire i lavori di sistemazione della frana.Dopo la riattivazione del 2015, la sedicesima dal 1906, furono individuati 44 milioni di euro per interventi superficiali, inutili su corpi di frana che scorrono anche oltre i cento metri di profondità. Dieci anni dopo siamo ancora qui e sento parlare di un nuovo progetto basato sui pozzi profondi, già previsti dal progetto del 2002 che però metteva in campo un sistema più complesso di strutture meccaniche.Cioè?Gli autori del progetto, i professori Vincenzo Cotecchia e Gregorio Melidoro, puntavano sul drenaggio, sia superficiale che profondo, dell’acqua che causa lo scivolamento degli strati argillosi. Un sistema idraulico composto da trincee di drenaggio, pozzi di raccolta e tubi collettori che avrebbe dovuto stabilizzare le porzioni più critiche e attive della frana, abbassando la falda ma anche riducendo l’infiltrazione delle piogge nel sottosuolo.Perché erano convinti dell’utilità di quegli interventi?La nostra frana è gemella di quella del Montagnolo che colpì Ancona nel 1982. Con interventi simili a quelli proposti per il progetto di Petacciato, peraltro progettati dallo stesso Melidoro, la frana di Ancona non si è più spostata e oggi l’area è un parco urbano restituito alla comunità. Quindi non è vero che non si può fermare, semplicemente non ci abbiamo manco provato.Invece il progetto fu accantonato, come mai?Perché era già stato pagato e sulla fase progettuale non c’era modo di guadagnarci sopra, questo penso. Oggi sento dire che “non si può fermare”, che “bisogna conviverci”: sciocchezze. Trent’anni fa, alla Commissione tecnico scientifica fu chiesto proprio un progetto di risanamento: l’intenzione era di risolvere.Invece cosa si è fatto?Assolutamente nulla. Anzi, si sono ricominciate le analisi da capo, con tanto di pattugliamenti a mare quando ormai il piede della frana era già indietreggiato fino alla battigia, dove infatti fuoriesce lo strato profondo, quello argilloso. Insomma, soldi buttati tra iter amministrativi che sembrano non finire mai. Tanto che, ad aspettare, la frana ha fatto in tempo a riattivarsi.In anni di battaglie quante risposte avete ricevuto?Niente, nessuna risposta. Ricordo una sera d’estate in cui cercammo di discuterne con centinaia di persone, ma notammo che la gente veniva allontanata perché certe cose nemmeno si dovevano dire o sapere. E infatti per quindici anni nessuno l’ha comunicato alla cittadinanza. Mi pare manchi del tutto un senso di comunità, e alla prevenzione si preferisce sempre l’emergenza.L'articolo Frana di Petacciato, il piano di intervento progettato 25 anni fa: “Pagato, ignorato e messo in un cassetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.