Le intercettazioni “danno conto degli investimenti operati da Angelo Senese nella attività di ristorazione, nella quale lo stesso Mauro Caroccia aveva riferito la risalente presenza dei Senese, le cui risorse erano necessarie per consentire la prosecuzione dell’impresa. È dimostrato l’interesse di Angelo Senese anche alla sua gestione (l’acquisto di un ‘pacchetto’ per la pubblicità) e la sua effettiva titolarità (diretta o attraverso il figlio, fatto assumere in nero nel ristorante con una paga al di fuori dei canoni consueti), emergendo i suoi ripetuti riferimenti alla restituzione delle somme da lui investite nel ristorante, di cui si dimostra nota anche a terzi la proprietà in capo ai due Senese”. È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 19 febbraio la Cassazione ha confermato l’aggravante mafiosa nella maxi inchiesta della Dda di Roma ‘Affari di Famiglia’ che vede imputati fra gli altri il boss Michele Senese, detto ‘O’ Pazz’, la moglie Raffaella Gaglione, il fratello Angelo e Mauro Caroccia.Caroccia, che in seguito a questa sentenza definitiva sta scontando una condanna a 4 anni, è indagato ora con la figlia diciannovenne Miriam nella nuova inchiesta della procura di Roma per riciclaggio e intestazione fittizia di beni in relazione alla società ‘Le 5 Forchette’ di cui l’ex sottosegretario Andrea Delmastro ha detenuto quote azionarie, poi cedute. Mauro e sua figlia Miriam Caroccia sono accusati di aver “trasferito e reinvestito” nella società di cui è stato azionista l’ormai ex sottosegretario Fdi i proventi delle attività illecite del clan di stampo camorristico dei Senese. Le ipotesi di reato contestate dalla procura di Roma, nell’indagine anticipata da il Fatto quotidiano il 21 marzo scorso, sono riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Al centro del procedimento la società “Le 5 Forchette“, di cui è stato socio l’esponente di Fratelli d’Italia, costretto alle dimissioni lunedì scorso dopo la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia e dopo lo scoop del Fatto sul caso.Per i supremi giudici della VI sezione penale sul procedimento partito dall’inchiesta del pm Francesco Minisci, ora procuratore a Frosinone, “la censura sulla mancanza di prova della immissione di denaro nella attività di ristorazione ‘Da Baffo’ gestita dalla società ‘R.D.M. 2015’ s.r.l., è manifestamente infondata”. Inoltre “la censura in ordine alla consapevolezza” di Mauro Caroccia “della finalità elusiva, è generica rispetto a quanto affermato dalla sentenza sulla consapevolezza del Caroccia che il Senese intendeva schermare i capitali investiti, documentata dalle sue stesse parole e da quelle di suo fratello sui rapporti storici con i Senese”.La sentenza bis della Corte d’Appello “ricostruisce, mediante le dichiarazioni di Mauro Caroccia, le conversazioni captate e la documentazione acquisita, la risalente cointeressenza dei Senese, ‘portati’ dal fratello Daniele, nella società ‘RDM 2015’ s.r.l. che gestiva il ristorante ‘da Baffo’ e il relativo investimento, risultando il ristorante nella sostanziale disponibilità di Angelo Senese e di suo figlio Vincenzo, assunto con una paga (200 euro al giorno) sproporzionata per un comune cameriere (70 euro, quando i compiti sono anche di direzione), al quale le conversazioni captate ascrivono la disponibilità del ristorante.Successivamente, viene aperto il nuovo ristorante di pesce ‘Baffo 2 Fish’, la cui società è costituita il 2 marzo 2017 da Caroccia e Vincenzo Senese (del 1990), sul dichiarato intento da parte di Mauro Caroccia, di far uscire i Senese dalla gestione del ristorante ‘Da Baffo’: così mentre Caroccia e Angelo Senese, che alcun ruolo formale rivestiva, concordano l’intestazione fittizia delle quote, Angelo Senese discute con il commercialista degli strumenti per accedere ai finanziamenti e Angelo e Vincenzo Senese individuano un secondo socio che solo formalmente sostituisce Caroccia, non solvibile per finanziamenti, emergendo l’investimento di 80mila euro da parte di Angelo Senese nell’iniziativa, che nei confronti del Caroccia si comporta come un vero padrone” si legge nella sentenza di 67 pagine. Quanto al carattere mafioso del gruppo Senese, la sentenza impugnata “ritiene che le vicende oggetto dei capi di imputazione già definiti con sentenza irrevocabile e quelle oggetto del presente giudizio, offrono la prova della sussistenza degli elementi costitutivi che caratterizzano un’associazione di stampo mafioso, tra cui la prevaricazione, il ruolo regolatore dei conflitti, l’offerta di protezione, la forza di intimidazione, l’omertà, la fama criminale”.L'articolo Caroccia, il clan Senese e i capitali investititi nei ristoranti: la Cassazione conferma l’aggravante mafiosa proviene da Il Fatto Quotidiano.