Peter Magyar ha vinto con una schiacciante maggioranza dei due terzi. Ha tenuto il suo discorso di fronte a migliaia di giovani sulle rive del Danubio. Ha chiamato per nome il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, uomo di fiducia di Orbán, chiedendogli di conferirgli il mandato “il prima possibile” e poi di dimettersi. Ha annunciato una nuova agenzia anticorruzione, la riforma della magistratura, un viaggio a Varsavia e poi a Bruxelles per sbloccare i venti miliardi di fondi europei congelati.“Gli ungheresi hanno detto sì all’Europa”, ha scandito. È stata una notte straordinaria, e nessuno che ami la democrazia può non esserne felice.E tuttavia. Chi ha vinto esattamente, e contro cosa?Per capire la portata di questa vittoria bisogna capire cosa ha costruito Orbán in sedici anni. Non si tratta soltanto di un governo autoritario che ha vinto molte elezioni in un sistema che il PE ha definito una ”autocrazia elettorale”. Si tratta di qualcosa di più preciso e più difficile da smontare: la cattura sistematica di ogni istituzione dello Stato, finanziata in larga parte con i soldi dei contribuenti europei.Il processo è stato metodico. Dal 2010 in poi Fidesz ha riscritto la Costituzione, ridisegnato i collegi elettorali su misura propria, nominato fedelissimi a ogni posizione chiave con mandati pluriennali appositamente calibrati per sopravvivere a eventuali cambi di governo. Il procuratore generale, il presidente della Corte Suprema, tutti e 15 i giudici della Corte Costituzionale: tutti nominati da Orbán. Il Consiglio di bilancio — che ha potere di veto sulla legge finanziaria — è composto da fedelissimi con mandati dai sei ai dodici anni. Centinaia di materie sono state portate sotto il regime delle “leggi cardinali”, che richiedono i due terzi del parlamento per essere modificate. Un sistema progettato per durare anche dopo la sconfitta elettorale.Poi ci sono i soldi. L’80% dei fondi strutturali europei del periodo 2014-2021 erano già stati allocati entro la fine del 2017, con 5,6 miliardi spesi nel solo mese di dicembre di quell’anno, a pochi mesi dalle elezioni del 2018. Una rincorsa frenetica che tutti a Bruxelles vedevano e nessuno fermava. Come scrisse allora con amara precisione un giornalista ungherese: “Orbán sta putinizzando l’Ungheria con i fondi della Ue”. Non era un’iperbole. Era una descrizione.I media — giornali, radio, televisioni, perfino le app dei servizi sanitari — sono stati comprati uno ad uno e consegnati agli oligarchi del regime. Un sistema di acquisto del consenso a basso costo, pagato in buona parte da Bruxelles, che il Parlamento europeo denunciava dal 2012 mentre Commissione e Consiglio guardavano dall’altra parte.Peter Magyar non è arrivato dall’esterno a smontare tutto questo. È arrivato dall’interno. Per oltre vent’anni ha militato in Fidesz, partito al quale aveva aderito ancora studente, affascinato — come racconta lui stesso — dall’immagine del giovane Orbán che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche dalla Piazza degli Eroi. Ha lavorato al ministero degli Esteri, poi alla rappresentanza ungherese presso l’Unione europea a Bruxelles, poi nel gabinetto del premier. Ha sposato Judit Varga, che sarebbe diventata ministra della Giustizia di Orbán. Ha guidato una banca statale e poi un’agenzia per i prestiti agli studenti. Era, con ogni evidenza, un uomo del sistema.La rottura è arrivata nel febbraio 2024, quando lo scandalo della grazia concessa a un uomo coinvolto in una vicenda di abusi sessuali su minori ha travolto la presidente della Repubblica Katalin Novák e la stessa Varga, costringendole alle dimissioni. Magyar ha usato quell’apertura per rilasciare un’intervista esplosiva al canale indipendente Partizan: accuse frontali al regime di corruzione sistemica, rivelazioni dall’interno, milioni di visualizzazioni.In poche settimane ha fondato Tisza — dal Tibisco, il fiume che attraversa la pianura ungherese — e quattro mesi dopo ha portato il partito al 30% alle elezioni europee. È questa biografia a renderlo così efficace e, allo stesso tempo, così difficile da decifrare. Sa come funziona la macchina dall’interno. La sua accusa al regime non è quella di un oppositore ideologico che denuncia dall’esterno: è quella di un testimone che descrive quello che ha visto. Questo lo ha reso credibile per un elettorato larghissimo — molto più largo delle sue posizioni politiche personali.E qui sta il paradosso politico più interessante. Magyar è un conservatore cattolico che siede nel Ppe, usa citazioni di Giovanni Paolo II come slogan elettorali, si oppone alle quote europee sui migranti, ha posizioni caute sul riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, propone un referendum sull’adesione dell’Ucraina alla Nato. Non è un progressista, non vuole esserlo, e non ha mai finto di esserlo. Eppure sono stati in larga misura gli elettori urbani, progressisti, liberali, i giovani della Gen Z a portarlo alla vittoria.Le code ai seggi nei quartieri di Budapest, i festeggiamenti spontanei nelle strade, l’affluenza quasi all’80%: il più alto dato di partecipazione della storia post-comunista ungherese, superiore persino alle prime elezioni libere del 1990. Quella folla non stava festeggiando il programma di Magyar. Stava festeggiando la fine di Orbán. Magyar era lo strumento. Il solo in grado, dato il sistema elettorale ridisegnato per garantire la vittoria di Fidesz, di arrivare ai due terzi necessari per riscrivere le regole del gioco.Il programma di Tisza si intitola “Per un’Ungheria efficiente e umana”. Già il sottotitolo è eloquente: non è un programma ideologico, è un programma di gestione. Alcune scelte di personale la dicono lunga: per l’energia Magyar ha reclutato István Kapitány, ex vicepresidente globale di Shell, e Anita Orbán (nessuna parentela), ex consulente di Cheniere ed ex inviata per la sicurezza energetica sotto Fidesz. Non è esattamente il profilo di chi è convinto della necessità della transizione ecologica.Sul piano europeo le priorità sono chiare: sbloccare i fondi congelati, ripristinare lo stato di diritto, agganciare l’Ungheria all’euro, chiudere la dipendenza dall’energia russa entro il 2035. Quest’ultimo punto è rilevante: Orbán aveva costruito una dipendenza energetica dalla Russia che era anche una dipendenza politica, sancita da un accordo segreto in dodici punti con Mosca, rivelato da Politico, che prevedeva nuovi progetti su idrogeno, elettricità, petrolio, gas e combustibile nucleare.Magyar vuole uscirne, ma i tempi, 2035, non sono quelli dell’urgenza climatica, e il profilo del suo team energetico è più orientato alla sicurezza degli approvvigionamenti fossili che alla transizione verde. Su altri temi la prudenza è palese: niente quote sui migranti, no all’invio di truppe in Ucraina, referendum sulla Nato per Kiev. Un europeismo selettivo, che promette discontinuità rispetto all’ostruzionismo sistematico di Orbán senza rappresentare una svolta verso un’Ungheria federalista o ecologista. Ovviamente questo non è sorprendente.Magyar ha i due terzi del parlamento, e questa è la differenza strutturale rispetto alla Polonia di Tusk, che ha vinto nel 2023 senza quella soglia e si trova ancora a fare i conti con una Corte Costituzionale ostile e un presidente della Repubblica che pone veti su ogni riforma. Con i due terzi, Magyar può riscrivere la Costituzione, ripristinare l’indipendenza della magistratura, riformare il sistema elettorale, liberare i media pubblici.Lo strumento c’è. Ma il sistema non smette di esistere il giorno dopo le elezioni: il 60% delle istituzioni chiave ha mandati che scadono tra il 2027 e il 2032, gli oligarchi di Fidesz controllano oltre il 90% dei media nazionali. Ecco perché la richiesta di dimissioni al presidente Sulyok non è un gesto simbolico: è il primo atto di una battaglia per la transizione che rischia di essere lunga e conflittuale.Magyar ha già chiesto a Orbán di “astenersi da qualsiasi misura che limiti il margine di manovra del prossimo governo”, una richiesta che, conoscendo Orbán, può prefigurare una conflittualità permanente. Inoltre, una precisazione è necessaria, alla luce dei dati che emergono dallo spoglio. Fidesz ha tenuto intorno al 40% dei voti di lista: la base conservatrice e rurale di Orbán non si è sgretolata.La vittoria di Magyar non è stata costruita sull’erosione del blocco orbaniano, ma sulla mobilitazione straordinaria di un elettorato progressista, urbano, giovanile che ha votato in massa uno strumento per fare sloggiare Orban, il solo disponibile, il solo in grado di arrivare ai due terzi, pur non riconoscendosi del tutto nel suo programma. È una differenza che conta, e che Magyar farebbe bene a non dimenticare mai.Quella coalizione silenziosa gli ha consegnato le chiavi del paese. Non gliele ha consegnate per sempre, e non senza condizioni. La società civile ungherese, le associazioni, i giornalisti indipendenti, gli attivisti che hanno resistito per sedici anni in condizioni difficili non potranno scomparire nelle retrovie ora che c’è un governo “amico”. Dovrà vigilare, spingere, disturbare quando necessario, esattamente come ha fatto finora.E l’Europa progressista, che ha giustamente festeggiato la notte del 12 aprile, ha il compito di restare presente e vigile nella transizione che viene: sbloccare i fondi, sì, ma anche monitorare come vengono spesi, accompagnare le riforme istituzionali, sostenere la stampa libera e la società civile ungherese. La vittoria di Magyar è una condizione necessaria per un’Ungheria democratica. Non è, da sola, sufficiente.L'articolo Magyar trionfa in Ungheria, ma la gente festeggia la sconfitta di Orbán: una differenza che conta proviene da Il Fatto Quotidiano.