Sabato scorso l’occhiello in prima de il Fatto Quotidiano segnalava che la sindaca di Genova non demorde: “Se mi chiedono di fare l’anti Meloni, lo prendo in considerazione”. Ergo, il sogno incrollabile di ascendere alla poltrona di Primo Ministro cui – all’inizio dell’avventura genovese – l’avevano traguardata renziani e amichetti del generone romano; ribadito con l’insistenza molesta di un Peter Seller imbucato a Hollywood Party (ma almeno lui faceva ridere). Un’aspirazione ad allargarsi di Silvia Salis basata poi su che cosa? Di pregresse esperienze politiche neanche l’ombra. Competenze economiche o urbanistiche manco parlarne. Solo un training carrieristico in quel poltronificio con annessi congrui emolumenti rappresentato dal Coni di Malagò (nella mia arte associativa ‘Melagodo’, che oggi vorrebbe insediarsi al vertice della Federazione Calcio per meriti manageriali; tipo l’improbabile accoppiata per l’olimpiade della neve Milano-Cortina, a riprova che per un romano de Roma tutto il Nord Italia è un villaggio alpestre).Sicché gli abili comunicatori che la circondano – guidati dal figlio di Concita De Gregorio (quella che salutò l’avvento di Giorgia Meloni al grido “una fuoriclasse, avercene!”) – proverebbero ad aureolarla di adeguate mitologie, come l’aver guidato la Reconquista della politica genovese liberata dai destri guidati dal feroce Marco Bucci, allora sindaco uscente e neo-eletto presidente della Regione. Un Cid Campeador? La Pulzella d’Orléans? In effetti Salis non ha invertito tendenza alcuna, in quanto l’elettorato genovese avevano votato contro Bucci già alle Regionali; e costui riuscì a vincere solo grazie all’arrivo delle truppe cammellate di Claudio Scajola dalla Liguria di Ponente. Ora pare che in Campania si parli di “Patto della genovese” con cui si sarebbero vinte le ultime amministrative, grazie a un mix di glamour e Campo Largo. Mentre in Liguria, grazie alla faccetta inespressiva e alla biografia insignificante di Andrea Orlando, si era riusciti a perdere le elezioni per l’Ente Regione contro quella Destra presieduta da un Giovanni Toti agli arresti per corruzione.Semmai la Salis, renziana di complemento, risponde a molti dei requisiti considerati essenziali per il successo elettorale dagli obnubilati adepti della Terza Via (la predicazione suicida che la Sinistra vince se indossa i panni della destra, da Blair a Clinton, da D’Alema a Prodi, da Calenda a Renzi). Quindi si possono constatare affinità tra lei e Meloni; le due bionde con sopracciglia scure seppure ben diverse per stazza – la cabarettista della Garbatella tutta smorfiette e gag gergali con voce baritonale tipo posseduta nel film l’Esorcista, la lanciatrice di peso che si esprime con toni e lessico da Quartieri Alti felicemente raggiunti. E quello che le accomuna è l’essere formidabili costruttrici di immagine per catturare consenso che non sanno tradurre in azione politica. Meloni che nella durata record del suo governo non ha saputo produrre altro che due riforme abortite: la separazione delle carriere dei magistrati respinta dalla gragnuola di no al referendum, l’abolizione dell’abuso d’ufficio cancellato dall’Ue.Altrettanti autogoal hanno posto fine alla luna di miele di Salis con i suoi elettori: si è cominciato con la Waterloo del trasporto pubblico locale, ricevuto in eredità dalla precedente amministrazione, affrontato come un problem solver aziendale cancellando corse e tagliando il servizio in maniera selvaggia; nella migliore logica neoliberista che impone di gestire privatisticamente il pubblico e ribaltarne i costi sulle famiglie e sulle fasce deboli della popolazione. Senza mai coinvolgere i piani alti della società.Poi la sindaca ha cominciato a progettare governo e sono cominciati i dolori. Le sue soluzioni – tutte marcate “modello Milano” nello stile centrismo progressista che venerava la sanità meneghina che ha portato in galera il presidente Formigoni e venera la città gentrificata del sindaco Sala – si sono tradotte in barzellette amare: dal progetto del Politecnico ambrosiano di risolvere la viabilità in val Bisagno grazie a una ovovia ed evitare di pagare penali al colosso impiantistico Doppelmayr per precedenti contratti; la riduzione tipo San Siro dello storico stadio Ferraris per far saltare fuori 10mila m2 da destinare a funzioni commerciali (Coop? Esselunga?).A Genova ora ci si chiede se Salis non sia altro che l’ennesimo bluff partorito nella Seconda Repubblica dalla corsa al centrismo progressista: dal perfetto bocconiano Mario Monti all’afasico Paolo Gentiloni, dal migliore dei migliori Mario Draghi al nipote d’arte Enrico Letta.L'articolo Già finito il sogno di Silvia Salis for president? A Genova ci chiediamo se è l’ennesimo bluff proviene da Il Fatto Quotidiano.