Colmare il gap infrastrutturale per guidare l’IA. Cosa dice lo studio Ispi-Deloitte

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Se si corre a velocità diverse, raggiungere l’obiettivo comune può essere più complesso. Un po’ quello che emerge dal paper “Innovation and Emerging Technologies: from Progress to Prosperity“, realizzato da Ispi e dal Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italia, per il Next Milan Forum, l’iniziativa promossa da Ispi, l’Università Bocconi e Ocse.Lo studio mette in luce l’importanza delle infrastrutture nella rivoluzione tecnologica. Parliamo di data center, reti elettriche, accesso al calcolo, capacità di interconnessione. Strutture fondamentali ma che non tutti hanno a disposizione. I Paesi ad alto reddito, scrivono gli analisti, ospitano il 77% della capacità commerciale globale dei data center, mentre quelli a basso reddito meno delli 0,1%. Leader indiscussi sono gli Stati Uniti, che vantano server pro capite 200 volte in più rispetto alle economie a reddito medio. Va da sé quindi che hardware, modelli di intelligenza artificiale e startup si concentrino nella parte di mondo più ricca. Il rischio però è di creare un pericoloso effetto domino: i talenti – così come gli investimenti – vengono attratti dall’offerta, lasciando ancora più indietro le aree che invece avrebbero bisogno di crescere.Che ci sia una crescita collettiva è un interesse di tutti. Per alimentare le infrastrutture infatti serve energia e il problema delle congestioni è reali, visto che circa un quinto dei data center nel mondo è a rischio ritardi per via della sovraesposizione. Un altro aspetto riguarda la connettività. Il 5G arriva nell’84% dei paesi ad alto reddito e appena nel 4% di quelli a basso reddito, dove il 60% per accedere ai servizi online presentano costi inaccessibili. Solamente 88 Paesi su 195 rispettano la soglia di accessibilità per la banda larga fissata dall’Itu, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni.“Le opportunità offerte dalle tecnologie di frontiere sono enormi, ma persistono significative disparità nell’accesso tecnologico e nelle competenze”, conferma l’Head of Public Policy & Stakeholder Relations Center di Deloitte, Andrea Poggi. “La crescita diventa duratura solo quando rafforza la produttività di imprese e territori, sostiene posti di lavoro migliori, amplia l’accesso alle opportunità e aumenta la resilienza sociale. È qui che il dialogo tra governi, imprese e società civile diventa strategico e può aiutare a indirizzare investimenti e governance verso l’inclusione, garantendo che la trasformazione tecnologica si traduca in una crescita che porti prosperità sociale più diffusi”.A fargli da eco è il vice presidente per la ricerca dell’Ispi, Antonio Villafranca, secondo cui “le tecnologie emergenti sono divenute centrali nella competizione geopolitica e il controllo sui dati, capacità di calcolo e competenze si traduce sempre in più potere economico e strategico”. Per questo comare il gap infrastrutturale è un’esigenza impellente, che richiede investimenti pubblici e privati per garantireil successo. “La cooperazione internazionale – aggiunge Villafranca – è necessaria per uno sviluppo equo, etico e sostenibile delle nuove tecnologie”.