Stando all’evolversi degli eventi nelle ultime ore, il mondo ha per ora tirato un enorme sospiro di sollievo: vuoi per le gravi conseguenze geopolitiche vuoi per quelle altrettanto gravi sotto il profilo economico che un attacco a tappeto americano sull’Iran avrebbero avuto.Salvo quindi nuovi (e sempre possibili con Trump) colpi di scena, avremo almeno due settimane di tregua in cui saranno gettate le basi per una pace che si spera il più possibile stabile e duratura. Ciò nonostante, le implicazioni economiche e sociali della guerra sono evidenti per il nostro Paese e ben lungi dall’essere risolte, essendoci scoperti estremamente fragili al cospetto di eventi di questa portata. Proprio nelle ultime 48 ore, è stato più volte paventato lo spettro del lockdown energetico, finalizzato a risparmiare il più possibile energia, mentre in alcuni aeroporti nazionali come quelli di Brindisi e Pescara l’approvvigionamento di carburante si è fatto già critico. Altrove, come in India, ad esempio, stanno riducendo gli orari di apertura degli esercizi commerciali mentre in altri paesi stanno chiedendo di ridurre negli uffici pubblici l’utilizzo dei condizionatori, fino a delle scelte che in parte e apparentemente potrebbero sembrare folkloristiche come la richiesta ai dipendenti pubblici di utilizzare camicie a maniche corte anziché lunghe per sopportare meglio il caldo e quindi non dover utilizzare condizionamenti d’aria. In caso di tempestiva riapertura di Hormuz, la stessa Iata ha confermato la necessità di mesi prima di poter ristabilire le riserve di carburante per i voli. Da ultima, anche l’Unione Europea in un recente memorandum esorta a fare attenzione alle riserve energetiche incentivando il più possibile smart working e mezzi pubblici. Un piccolo laboratorio di quello che ci aspetterebbe in questo caso è ciò che sta avvenendo in queste settimane a Cuba in cui – a causa dell’embargo energetico imposto – stanno venendo meno anche i servizi più essenziali.Ebbene, ciò che stiamo affrontando è chiaramente un avvenimento in parte eccezionale, anche se nel tempo numerose avvisaglie c’erano già state ed è per questo che si rende necessaria un’analisi ferma e seria degli attori e delle implicazioni in campo. Quanto avvenuto (e non certo terminato) rappresenta l’esempio plastico di come certe scelte politiche siano prevalentemente manifesti populisti di facciata, volti più che altro ad ottenere voti, consenso e posizioni di potere più che a favorire effettivamente la sostenibilità, la competitività e gli interessi nazionali nel loro insieme. Fino a qualche tempo fa, infatti, l’Unione Europea aveva fatto una scelta ben precisa: il Green Deal europeo era un progetto, probabilmente fin troppo ambizioso, che proponeva di decarbonizzare l’Ue entro il 2030 con una scelta fortemente orientata verso le energie rinnovabili. Il nostro attuale governo, e non solo, con i capo varie rappresentanze industriali e il supporto di diversi intellettuali d’area, si è sempre dimostrato scettico a riguardo: vuoi per quanto riguarda la produzione di auto, sventolando il manifesto protezionistico nei confronti della Cina che altrimenti avrebbe invaso di auto elettriche i nostri mercati in luogo di quelle a combustione fossile; vuoi per una transizione industriale difficile da operare e da accettare. Tutte politiche sostanzialmente miopi alla resa dei fatti che oggi iniziano a presentare il primo conto: quello di una scelta sbandierata come sovranista, fatta negli interessi dei cittadini e delle imprese che mai avrebbero potuto operare la transizione verde nei propri processi produttivi, mai avrebbero potuto operare un ricambio totale e obbligatorio del proprio parco vetture, salvo poi ritrovarsi in una situazione che risulta essere paradossale.Quello che infatti con vari proclami è stato venduto come un intervento, o meglio un non-intervento sovranista nei confronti dell’interesse del Paese, si è ai fatti dimostrato una sbagliata scelta strategica che non aveva nulla a che fare con ciò, nulla aveva a che fare con il nazionalismo, ma che anzi finisce col nuocere fortemente gli interessi nazionali. Ben inteso che determinate iniziative potevano essere in parte affrettate, in parte drastiche, ma in fondo dimostrano essenzialmente il fatto che la condizione economico-sociale-produttiva del nostro Paese era sostanzialmente impreparato e inadatto ad effettuare un cambiamento tanto rapido quanto necessario e non si può imputare l’immobilismo nella transizione (le cui esigenze sono ben note visto che i combustibili fossili non si rigenerano in tempi utili) agli ultimi tre o quattro anni di governo ma a una impostazione almeno trentennale. La svolta verde, infatti, non è una moda, un capriccio radical chic di alcuni intellettuali di sinistra o chi per loro, ma è sostanzialmente una scelta strategica necessaria per un Paese che vuole, nella propria politica nazionale, industriale ed estera, essere indipendente nei confronti degli altri paesi e del sistema globale. Questo è vero sovranismo: non la propaganda su cui spesso si concentra il dibattito politico fatto – mi scuso per il termine – più di politics che di policy.Intendiamoci, proprio in quanto globale, il sistema di interscambio economico-finanziario e geopolitico per sua stessa definizione attualmente impedisce una totale indipendenza da parte di qualsiasi paese. La pena sarebbe diventare sostanzialmente una Corea del Nord o un’Eritrea; quindi, uscire dai circuiti globali non solo in ingresso ma anche in uscita, ciò che interromperebbe sic et nunc ogni tipo di scambio economico, e questo sappiamo che per l’Italia sarebbe impossibile, visto e considerato che noi di export viviamo (leggasi anche la lotta dei dazi in corso con gli Stati Uniti). Tuttavia, una maggiore indipendenza energetica sfruttando le sempre sbandierate risorse verdi di cui disponiamo, che sono tante e variegate, dal vento al sole all’idroelettrico e quant’altro, rappresentano la vera scelta nazionale, nazionalista e non populista sovranista nei confronti del nostro paese.Il problema quindi a questo punto è duplice: di strategia politico-economica da un lato e di comunicazione dall’altro. Entrambe fatalmente errate. Sul piano delle rinnovabili, va detto, l’Italia (una volta tanto) non è un fanalino di coda in Europa, anzi. Nel 2024, hanno coperto oltre il 41% del fabbisogno elettrico nazionale, con un record storico guidato da idroelettrico e fotovoltaico. Lo sviluppo è stato quindi forte ma resta complessivamente in linea o poco sotto la media Ue per il consumo finale lordo (circa il 19-20% contro oltre il 23% Ue), scontando una maggiore dipendenza energetica dall’estero e costi energetici più alti. Come ha dimostrato la crisi in Ucraina, in un modo o nell’altro, l’Italia è esposta alle fluttuazioni geopolitiche in ambito energetico e siccome il nostro territorio è tradizionalmente povero di combustibili fossili (petrolio e gas, che in ogni caso sono destinati a essere sempre meno disponibili) abbiamo l’obbligo di produrre il più possibile in casa per soddisfare il nostro fabbisogno. Altro capitolo riguarda poi il nucleare che l’Italia ha rinunciato di implementare per vari motivi, salvo poi acquistare dall’estero a un prezzo maggiorato. In aggiunta a questo, non si parli poi delle varie opposizioni ai termovalorizzatori che, anche solo per alcune comunità locali, potrebbero rappresentare una fonte di indipendenza preziosa.In conclusione, il progetto di una politica energetica il più possibile “autarchica” non è una battaglia di destra o di sinistra, è negli interessi del Paese e delle sue imprese per favorirne la competitività e metterle a riparto dagli scossoni geopolitici che sono ormai sempre più frequenti. Il peccato capitale però sta nell’approccio comunicativo demagogico e acchiappa like che è stato adottato fin troppe volte: un problema comune alla classe politica italiana fin troppo avvezza nell’operare scelte di brevissimo termine con una prospettiva che arriva – al massimo – alle prossime elezioni o al prossimo referendum. Peccato però che questo approccio non è più tollerabile da chicchessia quando in ballo ci sono gli interessi, quelli veri, di un Paese e dei suoi cittadini.