di Giacomo GabelliniL’accordo di cessate il fuoco raggiunto l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran grazie alla mediazione del Pakistan vacilla già. Nelle ore successive alla formalizzazione dell’accordo, Israele ha sferrato un devastante attacco aereo contro il Libano che ha lasciato sul campo quasi 300 caduti e migliaia di feriti.L’Iran ha reagito minacciando l’immediata ripresa delle ostilità qualora Israele non sospenda immediatamente le operazioni militari nell’alta Galilea, accusando le controparti di aver per l’ennesima volta negoziato in malafede e tradito gli impegni presi.Il vicepresidente JD Vance, chiamato a guidare la squadra negoziale statunitense a Islamabad, ha cercato di minimizzare l’accaduto riconducendolo a un “legittimo malinteso. Penso che gli iraniani ritenessero che il cessate il fuoco riguardasse anche il Libano, e così non era. Non abbiamo mai fatto quella promessa, non abbiamo mai indicato che sarebbe stato così”. Eppure, il post pubblicato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif sul suo profilo X poco dopo il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco non lascia adito a dubbi: l’intesa prevedeva esplicitamente l’estensione della tregua al Libano.With the greatest humility, I am pleased to announce that the Islamic Republic of Iran and the United States of America, along with their allies, have agreed to an immediate ceasefire everywhere including Lebanon and elsewhere, EFFECTIVE IMMEDIATELY.I warmly welcome the…— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) April 7, 2026Secondo quanto riportato da Axios sulla base delle confidenze rese da funzionari statunitensi e israeliani, “Netanyahu aveva sollevato la questione del Libano nel corso di una telefonata con il presidente Trump poco prima dell’annuncio del cessate il fuoco”. Trump e Netanyahu avrebbero quindi “concordato durante la chiamata che i combattimenti in Libano potevano continuare […]. La Casa Bianca attualmente non è preoccupata che la situazione in Libano possa causare il collasso del cessate il fuoco con l’Iran”.Qualora la ricostruzione di Axios risultasse fondata, il sabotaggio dell’intesa appena raggiunta scaturirebbe non dall’attivismo individuale di Israele, ma da una linea d’azione concordata a monte tra Washington e Tel Aviv perfettamente coerente con le indicazioni contenute all’interno di uno studio condotto dalla Brookings Institution nel 2009, intitolato Which path to Persia? Options for a new American strategy toward Iran. Il documento passava separatamente al vaglio le ipotesi di “dissuadere”, “disarmare”, “rovesciare” e “contenere” la Repubblica Islamica dell’Iran, giungendo alla conclusione che la strategia più promettente da adottare per “normalizzare” il Paese sarebbe consistita nell’applicazione alternata nel tempo delle quattro opzioni prese in esame.Gli specialisti della Brookings Institution suggeriscono di ingannare le autorità iraniane, trascinandole deliberatamente in lunghi e inconcludenti negoziati. “Il modo migliore per minimizzare il biasimo internazionale e massimizzare il sostegno (per quanto riluttante o occulto) consiste nel colpire solo quando vi sia la diffusa convinzione che agli iraniani sia stata offerta un’offerta eccezionale – un’offerta così vantaggiosa che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari e a farlo per i motivi sbagliati respingerebbe”. Condurre negoziati in malafede rappresenta la chiave di volta per legittimare politicamente l’esercizio di pressioni diplomatiche, economiche e militari crescenti e, in prospettiva, la prospettiva di attacchi militari.L’annuncio datato 28 febbraio attraverso cui il presidente Trump spiegò al mondo che l’Operazione Epic Fury mirava ad “eliminare le minacce imminenti che provengono dal regime iraniano” ricalcava perfettamente le linee guide delineate dalla Brookings Institution. “Sarebbe di gran lunga preferibile se gli Stati Uniti potessero addurre una provocazione iraniana come giustificazione per gli attacchi aerei prima di lanciarli”. Il problema è che “sarebbe molto difficile per gli Stati Uniti istigare l’Iran a una simile provocazione senza che il resto del mondo scopra questo gioco”.La soluzione ipotizzata dagli specialisti in forza all’influente think-tank statunitense è distillata all’interno del capitolo 5 del documento, intitolato Lasciate fare a Bibi. “Gli Stati Uniti – recita lo studio – potrebbero incoraggiare (e forse perfino sostenere) gli israeliani a condurre attacchi, nella speranza che tanto le critiche internazionali quanto le ritorsioni iraniane vengano deviate dagli Stati Uniti verso Israele”.Risalente al 2009, Which path to Persia?, le cui raccomandazioni sono state seguite pressoché alla lettera per i successivi 17 anni da amministrazioni e Congressi di ogni colore, sembra aver preservato tutta la sua scintillante attualità.L'articolo La tregua Usa-Iran vacilla già per le bombe di Israele sul Libano: c’è dietro una strategia concordata? proviene da Il Fatto Quotidiano.