Ti ricordi… Andreas Andersson, il “poster boy” svedese col ciuffo platino che i milanisti chiamarono “dondolo”

Wait 5 sec.

Mamma mia! Già, la canzone forse più celebre degli Abba è un esclamazione in italiano. Un innamoramento memorabile, al netto di una storia d’amore difficile. Gli Abba, messi insieme da un manager, Stig Anderson, nativo di una piccolissima città svedese: Hova. La stessa che ha visto crescere, dopo la nascita esattamente 52 anni fa, un altro Andersson (seppur con una s in più): Andreas, centravanti biondo che ai tifosi rossoneri “Mamma mia” non l’ha mai fatto esclamare…o quasi.Nato a Nacka, cresce a Hova: comune di poco più di mille abitanti, tra boschi, campetti di calcio e hockey sul ghiaccio. Andreas è silenzioso, educato, e si fa notare più che altro per il suo fisico: altissimo, molto magro e dai capelli biondissimi, quasi platino. Entra nell’Hova praticamente a cinque anni e ci resta fino ai diciotto, poi passa al Tidaholms, in seconda divisione: il salto di tre categorie non lo spaventa, segna sei gol in nove gare e la sua potenza impressiona gli osservatori dei club più importanti. Non è un fine giocoliere né un bomber implacabile, ma pare che a colpire gli emissari delle squadre delle categorie superiori fosse la sua capacità di destreggiarsi bene anche in campacci innevati o pieni di fango.Così dopo pochi mesi compie un ulteriore salto di categoria, passando al Degerfors, in Serie A, a metà stagione: anche qui l’impatto è ottimo, segnando prima 5 gol in metà campionato e poi 13 nella stagione successiva. È un periodo in cui si accorgono di lui anche i club europei: il Psv prima di tutti, il Liverpool che gli offre un provino ma non se ne fa nulla, e ad accaparrarselo è il club più importante di Svezia, il Goteborg.Un’evoluzione velocissima, una crescita che lo porta praticamente in tre anni dalla quinta divisione svedese alla Champions League, senza mai patire gli step: anche a Goteborg infatti Andreas fa quello che sa fare meglio, segnare. In campionato così come in Champions: nel 1996 contribuisce a battere il Milan nella gara d’andata a Goteborg, mentre segna al ritorno a San Siro, con la squadra che perde 4 a 2. L’altro gol viene realizzato da Jasper Blomqvist.Quelle prestazioni gli valgono l’Italia: lo vorrebbe la Roma, ma il Milan in quel periodo è solito prendere calciatori che segnano o giocano bene come avversari. Era capitato a Dugarry, era capitato a Blomqvist, capita anche ad Andreas Andersson, acquistato per tre miliardi.Dopo una stagione scellerata, conclusasi con un undicesimo posto, a Milanello era tornato Fabio Capello, fresco di Liga vinta a Madrid. Per Don Fabio, Andreas è un regalo ai tifosi del Milan: “Un ragazzo con una progressione straordinaria”, l’ideale insomma per fare da partner a George Weah. L’idillio, però, dura lo spazio di qualche amichevole estiva. Appena il calcio si fa serio, la “progressione straordinaria” decantata da Capello sbatte contro i tacchetti dei difensori italiani. In quel Milan che fatica a ritrovarsi, Andreas appare come un corpo estraneo: troppo leggero per fare a sportellate, troppo timido per prendersi la scena. Milano d’altronde non è certo la provincia svedese tra boschi e biciclette.A San Siro il mormorio cresce ogni volta che Andreas inciampa sul pallone o perde un contrasto. Nasce così un soprannome tanto ironico quanto crudele: “Dondolo“. Lo chiamano così per quel suo modo di correre dinoccolato, quasi incerto, che lo fa somigliare più a un ragazzo che insegue un aquilone che a un centravanti di sfondamento. Ma se i tifosi della Curva Sud sospirano, c’è un’altra fetta di pubblico che lo adora: le ragazzine. Con quel viso d’angelo e il ciuffo platino, Andreas diventa il “poster boy” preferito di riviste a tema. A Milanello arrivano sacchi di lettere profumate; fuori dai cancelli, le fan attendono lui molto più di quanto attendano i gol, trasformandolo in una sorta di icona pop involontaria, un membro di una boy band smarrito in un campo di calcio.Il suo unico momento di gloria arriva il 5 ottobre 1997. Si gioca Milan–Empoli. La partita è bloccata, la tensione si taglia col coltello. Al minuto 68, su un cross innocuo di Boban il portiere Pagotto la fa grossa respingendo corto: Andreas è lì e, con un tocco rocambolesco di testa spinge la palla in rete. È l’1-0. “Avete visto? Segno come Weah, di rapina. E questo è solo l’inizio” dirà a fine gara.Non sarà l’inizio. Il punto di non ritorno arriva poche settimane dopo, nella sfida contro la Juventus. Andersson ha sul piede la palla della vita: si ritrova solo davanti a Peruzzi, con lo specchio della porta spalancato. San Siro trattiene il respiro, pronto a gridare il suo nome. Ma Andreas, invece di piazzarla o saltare il portiere, calcia addosso a Peruzzi . Da quel momento, per Capello e per il pubblico, il biondino di Hova diventa invisibile. A gennaio 1998, il Milan compie un miracolo diplomatico: Galliani lo impacchetta e lo spedisce al Newcastle per una cifra vicina ai 7 miliardi di lire. Una plusvalenza incredibile.Andreas Andersson se ne va da Milano in punta di piedi, con la stessa educata timidezza con cui era arrivato. Un amore mai sbocciato, un malinteso tattico baciato dal sole della Scandinavia. E oggi, ripensando a quel centravanti platino che correva controvento senza mai afferrarlo, ai tifosi del Milan non resta che sospirare un’ultima volta, proprio come in quella canzone: “Mamma mia, even if I say, Bye bye, leave me now or never…”. Perché a volte, tra un gol e un idillio, ci passa di mezzo un intero mare del Nord.L'articolo Ti ricordi… Andreas Andersson, il “poster boy” svedese col ciuffo platino che i milanisti chiamarono “dondolo” proviene da Il Fatto Quotidiano.