I rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede in una fase critica: le relazioni si sono deteriorate dopo la guerra in Iran

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“Soddisfazione”. Leone XIV ha accolto la tregua in Iran – in seguito violata – come “segno di viva speranza”. Ma non abbassa la guardia. Il Papa esorta alla “preghiera” per “accompagnare” il “lavoro diplomatico” in corso. Che ritiene “delicato”. Rinnova perciò l’invito alla Veglia per la pace: sabato 11 aprile, basilica di San Pietro. Tregua, violata o rispettata che sia, non vuol dire pace. Nel Sud del Libano, escluso dal cessate il fuoco, è sempre guerra, con interi villaggi cristiani in pericolo. “Non perdete la speranza”, ha scritto il Pontefice alle famiglie del villaggio di Debel dopo che un convoglio umanitario, con 40 tonnellate di beni di prima necessità, si è fermato perché “colpito da spari” in una zona di “fuoco incrociato”, segnando l’ennesima “violazione del diritto internazionale umanitario”.Il Pontefice appare nuovamente pacato, rispetto a martedì. Il suo monito rispetto alle minacce trumpiane all’Iran è stato parzialmente ascoltato (così come il pressing di tanti altri leader, dalla Cina al Pakistan). “L’Iran può iniziare il processo di ricostruzione”, ha sancito Trump a commento della tregua, quasi a voler voltare pagina.La questione però non si limita al binomio guerra-tregua. Non c’è più feeling tra il Vaticano e gli Usa di Trump. Qualcuno ci sperava, con il primo Papa americano. Ma la frattura è esistenziale. La Santa Sede ritiene “un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri”, come affermato dal suo segretario di Stato Pietro Parolin, intervistato da Dialoghi, e ritiene che “gli arsenali vadano svuotati”. Trump invece crede nella “pace attraverso la forza” e ritiene che gli Stati Uniti siano “l’unica potenza in grado di garantirla”. Per giunta il suo sottosegretario, Stephen Miller, a gennaio dichiarava alla Cnn che l’”autorità” e il “potere” sono “regole di ferro” nel mondo di oggi.Il distanziamento è iniziato durante il pontificato di Francesco. L’amministrazione Trump ha spesso mostrato insofferenza per gli appelli lanciati dal Papa ad “ascoltare il grido dei poveri” (Evangelii Gaudium) e il “grido della terra” (Laudato si’) e alla sua denuncia: “Quest’economia uccide”. La situazione è precipitata già nel 2016, quando, in riferimento a Trump, e al suo muro con il Messico, Francesco disse: “Una persona che solo pensa a fare muri e non ponti non è cristiana”. Trump definì “vergognoso” il modo in cui Bergoglio veniva, a suo avviso, strumentalizzato dal Messico. Già nel 2013 esponenti del Partito repubblicano – tra cui Paul Ryan, Peter King e John McCain – manifestarono preoccupazione per la “visione economica” di Francesco, influenzata dalle sue origini argentine.Tuttavia il punto più critico venne raggiunto nel 2020, quando Francesco non volle ricevere Mike Pompeo, allora segretario di Stato Usa, che voleva a tutti i costi impedire il rinnovo dell’accordo parziale tra Cina e Santa Sede sulle nomine episcopali. “Da nessuna parte al mondo la libertà di religione è così in pericolo come in Cina”, affermava allora Pompeo, chiamando i “leader di fede a trovare il coraggio di ergersi contro la persecuzione religiosa contro le proprie comunità e quelle di altre fedi”. Niente da fare. L’accordo Santa Sede-Cina è stato siglato e rinnovato anche in seguito, per un quadriennio, a ottobre 2024.Parlando alla Cina, ma anche ad altri mondi e confessioni – il dialogo con Cuba, il processo di pace in Colombia, il Documento sulla fratellanza umana siglato ad Abu Dhabi con il grande imam Ahmad Al-Tayyeb – il Vaticano ha puntato a riscoprire l’universalità della Chiesa. La linea, confermata da Leone XIV, è quella del “multilateralismo”, alla ricerca di un “dialogo autentico” in “difesa della dignità umana”.La frattura tra Washington e la Santa Sede si manifesta, più da vicino, attraverso i vescovi Usa scesi più volte in campo contro le deportazioni dell’Ice e contro la guerra in Iran. In una nota rilasciata dagli arcivescovi Blase Cupich (Chicago) Robert McElroy (Washington), Joseph Tobin (Newark) si legge l’appello a una “politica estera” che eviti di contrapporre l’ “interesse nazionale” alla “dignità umana”.L’eredità di Bergoglio rimane. E appare archiviato, almeno per ora, l’asse Usa-Santa Sede che ha contraddistinto il ministero di Giovanni Paolo II. Tempi, quelli, di bipolarismo, di guerra fredda e di alleanze incondizionate con Washington (e ingerenze Cia) in ottica antisovietica e anticomunista. “Condividevamo informazioni sia con Sua Santità che con i massimi vertici del Vaticano, come il cardinale Casaroli ed altri”, disse nel 2006 l’ex-direttore Cia, Robert Gates, intervistato da Marco Politi. “Condividevamo informazioni riguardo agli avvenimenti nell’Europa dell’Est, sugli sviluppi degli armamenti in Unione Sovietica, su ciò che reputavamo stesse accadendo in Urss”. Altri tempi, altra storia.L'articolo I rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede in una fase critica: le relazioni si sono deteriorate dopo la guerra in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.