https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/04/sette-vite-zazza.mp4Ivan Zazzaroni non ha mai esitazioni. Il direttore del Corriere dello Sport risponde con la sicurezza di chi ha attraversato quasi mezzo secolo di professione senza mai cambiare pelle. Eppure l’intervista arriva in un momento doloroso: l’Italia, per la terza volta, non andrà ai Mondiali. “È la conferma che siamo un calcio in default. Viviamo di passato. Non siamo più quelli che crediamo di essere”. Zazzaroni allarga la prospettiva: il problema non è il 2018, né il 2022. È un declino che parte da lontano, con rare eccezioni (il 2006 e l’Europeo del 2021). Mancano qualità e coraggio, dice. Mancano i Baggio, i Del Piero, i Totti. Ma soprattutto manca una visione a lungo termine. “Cambieremo presidente, allenatore, staff. Ma non cambieremo noi. Non abbiamo la pazienza di costruire un progetto di sei o dieci anni. Vogliamo solo il traguardo”.Ma il calcio, in questa conversazione, è solo una delle sue vite. Ivan Zazzaroni nasce da due genitori di diciassette anni. “Ero il padre di mio padre”, racconta. Il nome lo deve a un film visto per caso al cinema: Ivan il Terribile. Se il padre avesse scelto Totò, oggi si chiamerebbe in un altro modo. La sua infanzia è fatta di ambizione e umiltà: un padre ambizioso, una madre generosissima. “Mi hanno fatto studiare in scuole che non potevano permettersi”.Il sogno iniziale era il calcio. Provini con Roma, Sambenedettese, Empoli, Massese. “Ho capito che potevo fare la Serie C. E la Serie C era poverissima. Il calcio ha scelto per me”. Ha scelto di raccontarlo, non di giocarlo. La radio, Autosprint, la Formula 1, i rally in giro per il mondo a ventitré anni. “Ho avuto fortuna. Ma anche talento. So fare tutto: radio, tv, scrittura. Non sono da dieci, ma posso fare otto o nove dappertutto”.Non è un uomo che si compiace del dolore. Lo rimuove, scherza, sdrammatizza. “È anche un mio limite”. I lutti lo hanno colpito – l’ultimo, la perdita della madre – ma è stata la tragedia dei ragazzi ustionati a Niguarda a costringerlo a guardare in faccia la fragilità della vita. Li ha incontrati, sostenuti, messi in contatto con campioni e artisti. “Ha fatto più bene a me che a loro”.Sui social ha un rapporto ambivalente: attratto e infastidito. Risponde a tutti, dai colleghi ai ragazzi che gli chiedono un’opportunità. “Chi non risponde a un giovane è una testa di cazzo”. Non fa networking, non fa lobby. “Sono un one man. Questo mi è costato.”Sul giornalismo non usa mezze misure: “È finito. Abbiamo delegato il nostro lavoro a persone che non sanno scrivere. Siamo rimasti reggimicrofono”. Eppure continua a credere nei giovani, nella passione, nella necessità di leggere, studiare, trovare una voce propria.Ballando con le Stelle gli regala una seconda popolarità. Lì scopre che il pubblico lo trova simpatico, non arrogante. Accetta la sfida. “La figura di merda era dietro l’angolo”. Se deve definire chi è oggi: “Un risolto. Un po’ incazzato, ma risolto”. La sua vita più felice resta quella brasiliana. Nessuna delle altre la cancellerebbe. Nemmeno l’uomo delle polemiche.La puntata integrale è disponibile su youtubeL'articolo “La Nazionale? Siamo in default: vi spiego perché è inutile cambiare il ct” proviene da Nicolaporro.it.