Tutte le sfide di Mariani a Leonardo. Parla Nones

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Il cambio al vertice di Leonardo, con la nomina di Lorenzo Mariani come amministratore delegato, non è solo una questione di fiducia personale nei confronti di un manager, ma anche il riflesso di un mutamento di paradigma, dall’economia di pace all’economia di emergenza, in un contesto geopolitico in cui le guerre non sono più una minaccia futura ma una realtà presente e incalzante. In questo contesto, un profilo come quello di Mariani sarebbe ciò che serve per affrontare la sfida più impegnativa: aumentare la produzione. Ne è convinto Michele Nones, vicepresidente dello Iai, che ha parlato del tema con Airpress.Professore, quali sono le sue prime impressioni sulla nomina di Lorenzo Mariani alla guida di Leonardo?La mia prima impressione è che si tratti di un segnale che va ben oltre la vicenda personale. Nel dibattito sulle nomine delle partecipate pubbliche si tende spesso a mettere tutto nello stesso calderone, riducendolo a una questione di gradimento verso questo o quel manager. Ma Leonardo non è come le altre partecipate, opera nel campo dell’aerospazio, della sicurezza e della difesa, e questo è un dettaglio non da poco. Mariani è probabilmente la persona che conosce meglio la realtà del gruppo, e porta con sé l’esperienza maturata in MBDA, dove ha dimostrato di saper rispondere con concretezza e sintonia alle esigenze operative. Non dovrà fare nessun apprendistato per capire questo settore. Ed è esattamente quello che serve adesso.Quando parla di sintonia, si riferisce solo al rapporto tra governo e vertici aziendali?No, e questo è un punto che spesso viene dimenticato. La sintonia deve esistere tra tre attori: il governo, l’industria e le Forze armate. Queste ultime sono il cliente principale di Leonardo, sia perché ne acquistano una quota significativa della produzione, sia perché è attraverso l’adozione dei prodotti da parte delle Forze armate nazionali che un sistema viene percepito come affidabile dai potenziali acquirenti esteri. La prima domanda che pone un cliente straniero è: “Le vostre Forze armate lo hanno comprato?”. E la risposta deve essere sì. Se non passa attraverso l’impiego operativo nazionale, non esiste prodotto italiano che possa essere venduto all’estero.Qual è il contesto strategico che, a suo avviso, ha reso necessario un cambio di rotta?Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, e ancor più guardando a quanto accade nel Medio Oriente, è diventato chiaro a tutti che ci troviamo di fronte a conflitti che hanno indubbiamente caratteristiche “classiche”, ma con una novità determinante: l’uso massiccio dei droni, dai più sofisticati fino a quelli più semplici lanciati a centinaia per saturare le difese avversarie. Questa realtà implica un nuovo approccio. Non siamo più nella condizione in cui ci si poteva permettere di guardare a minacce ipotetiche tra dieci o quindici anni. Il problema oggi è difendersi dalle guerre in corso e da quelle che potrebbero scoppiare domani. E, cosa che mi preoccupa ancor di più, stiamo logorando velocemente le riserve di capacità militare accumulate negli anni di pace, senza riuscire a ricostituirle con la velocità necessaria.Questo cambia anche la logica con cui deve operare un’azienda come Leonardo?Assolutamente. Il tema centrale adesso non è prepararsi a guerre future, ma accelerare la produzione dei sistemi già in produzione o in procinto di entrarvi. MBDA, per fare un esempio, ha dichiarato che nel 2026 aumenterà la produzione del 40% e ha già avviato un percorso per ridurne significativamente i tempi. Mi ha colpito molto perché è stata la prima risposta concreta, precisa, a un’esigenza che il ministro Crosetto e i capi di Stato maggiore avevano espresso con chiarezza, ovvero che abbiamo urgente bisogno di ricostituire e incrementare le nostre scorte. L’ingegner Mariani, che guidava MBDA, ha risposto a quell’appello. Ecco la sintonia a cui mi riferivo.Quindi la nomina di Mariani a capo di Leonardo risponde a questa logica?Io la leggo così, al di là delle sue indubbie capacità personali. Mariani è probabilmente la persona che conosce meglio di tutti la realtà di Leonardo, e conosce molto bene, grazie alla sua esperienza in MBDA, i principali Paesi alleati e i concorrenti industriali. Gode anche di grande stima tra i colleghi europei, ma soprattutto non dovrà fare apprendistato per capire come funziona questo settore. Ed è quello che serve adesso. Negli ultimi quindici anni, da Moretti a Profumo, fino a Cingolani, Leonardo è sempre stata gestita da manager che venivano da esperienze completamente diverse come le ferrovie, le banche e la ricerca. Scelte comprensibili in un’economia di pace, ma siamo in un’economia di emergenza, quella che definirei la terra di mezzo tra la pace e la guerra.Quali saranno allora le sfide principali che Mariani si troverà ad affrontare?La grande sfida è aumentare l’efficienza e la capacità produttiva di Leonardo. Non è semplice. Bisogna trovare personale, introdurre eventualmente un secondo turno (il che in Italia richiede accordi sindacali ad hoc e tempistiche annesse) e costruire anche una cultura nel Paese che faccia capire che certi sacrifici vengono fatti nell’interesse collettivo, non per far guadagnare qualcuno. Ci sono poi i problemi della supply chain. Le grandi imprese integrano componenti che arrivano dall’Italia e dall’estero, e in alcuni casi ci sono criticità legate addirittura alle terre rare e alle leghe speciali. È un mondo complesso da costruire. Ma il punto di partenza deve essere l’integratore (Leonardo) che si rivolge ai fornitori e cerca il personale per aumentare le capacità. Se non si parte da lì, non si va da nessuna parte.Sul fronte dei programmi strategici, si aspetta discontinuità?Non credo assisteremo a nessun cambio di approccio sui grandi programmi come il Gcap, né sulle alleanze già siglate, come nel caso di Baykar e Rheinmetall. Non lo vedo, non me lo aspetto. Ciò che cambierà è il focus, con l’attenzione che dovrà tornare a essere concentrata sul miglioramento e l’aumento dell’efficienza produttiva. Questa, credo, sarà la grande priorità dell’era Mariani.Spesso, quando si tratta di controllate statali, in Italia si tende a preferire vertici esterni e non provenienti dall’interno. È un limite del sistema?Me ne sono sempre meravigliato. Fra le circa 60mila persone che lavorano nel gruppo Leonardo, è possibile che non vi sia nessuno con le caratteristiche necessarie? Il cambiamento ha senso quando sul mercato esiste davvero qualcuno che rappresenta una soluzione migliore rispetto a quella interna. Ma farlo sistematicamente manda un messaggio sbagliato a chi lavora nell’azienda, che ha tutto il diritto di ambire a fare carriera su base meritocratica. Per fare un parallelo, per anni a comandare l’Arma dei Carabinieri c’era un generale dell’Esercito. Per mettere un carabiniere al comando si è prima dovuto riconoscere l’Arma come Forza armata. Una forzatura istituzionale che si sarebbe potuta evitare con una semplice norma. Per un’industria strategica come Leonardo, ritengo che valga lo stesso principio.