L’evento filo-Putin a Bologna e la pericolosità della propaganda russa. Parla Salfarotto

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Un festival “itinerante”, con sede segreta fino all’ultimo momento, che porta in Italia contenuti riconducibili alla galassia di Russia Today. Si scrive così, si legge Cremlino. È questo il caso sollevato da Ivan Scalfarotto, senatore di Italia Viva e responsabile Esteri del partito, che ha presentato un’interrogazione al governo per chiedere verifiche su un evento previsto l’11 e 12 aprile in provincia di Bologna. Sullo sfondo, un tema che va ben oltre il singolo appuntamento: la permeabilità del dibattito pubblico italiano alla propaganda russa e lo scontro tra modelli di democrazia.Senatore Scalfarotto, partiamo dai fatti: perché questo festival itinerante e l’evento a Bologna in particolare la preoccupano così tanto?Perché presenta caratteristiche anomale e opache. Si tratta di un evento pubblicizzato, ma con una modalità organizzativa che prevede la comunicazione del luogo solo all’ultimo momento e solo ai partecipanti registrati. È un metodo tipico di circuiti propagandistici che cercano di eludere controlli e attenzioni istituzionali. Inoltre, parliamo di contenuti riconducibili a Russia Today, che è un soggetto sanzionato dall’Unione europea, nella black list.Lei parla esplicitamente di propaganda. Da quali elementi lo evince?Sui contenuti e sul contesto. Il programma prevede documentari e interventi che riproducono fedelmente la narrativa del Cremlino, in particolare sul conflitto in Ucraina e sul ruolo dell’Occidente. Non si tratta di pluralismo informativo, ma di un’operazione strutturata per diffondere una visione unilaterale e funzionale agli interessi russi.C’è anche un tema di sicurezza pubblica, dal momento che ha presentato l’interrogazione al Viminale?C’è certamente un tema di trasparenza e di rispetto delle regole. Quando si organizza un evento pubblico, le autorità devono poter sapere dove e come si svolge. È legittimo chiedersi se le autorità di pubblica sicurezza siano state informate e se siano in grado di monitorare ciò che accade. La clandestinità, o comunque l’opacità, non è mai un buon segnale.Lei ha chiamato in causa direttamente il governo. Chiedo che il governo verifichi se esistano profili di illegalità e se vengano rispettate le normative europee. Chiedo anche se sia a conoscenza del luogo in cui si terrà l’evento e, in caso affermativo, se ritenga opportuno informarne i cittadini. La trasparenza è un elemento essenziale in una democrazia.Questo evento di Bologna è solo l’epifenomeno di qualcosa di più ampio. La propaganda russa è ancora così pervasiva nel nostro Paese dal suo punto di vista?Assolutamente sì. La propaganda russa in Italia è pervasiva e si inserisce in filoni cultural-politici già esistenti, storicamente critici verso l’Occidente e gli Stati Uniti. Questo rende il nostro Paese un terreno particolarmente esposto. Non è un caso che la Russia consideri l’Italia un punto di possibile debolezza nel fronte delle democrazie liberali.Quanto pesa il conflitto tra modelli di Stato in questa vicenda?Pesa moltissimo. Non è solo una guerra tra Russia e Ucraina, ma uno scontro tra due visioni del mondo: da una parte la democrazia liberale, lo stato di diritto e le libertà individuali; dall’altra un modello autoritario, che tende a comprimere diritti e pluralismo. L’Ucraina ha scelto chiaramente da che parte stare, ed è anche per questo che è sotto attacco.Lei ha parlato di un doppio standard nel dibattito pubblico italiano. In che senso?C’è una tendenza a essere estremamente severi con le democrazie occidentali, evidenziandone ogni contraddizione, mentre si è molto più indulgenti verso regimi autoritari come Iran, Cina o Turchia. Questo squilibrio finisce per alimentare narrazioni ostili all’Occidente e, indirettamente, favorisce la propaganda di chi vuole indebolirlo.Qual è, alla luce di questo contesto, il rischio principale che vede?Il rischio è che si normalizzi una narrazione che delegittima la democrazia liberale e rende accettabili modelli alternativi basati su autoritarismo e controllo. Se non si riconosce la natura di queste operazioni, si finisce per subirle. E questo, per un Paese come l’Italia, è un problema politico e culturale prima ancora che di sicurezza.