«Cento attacchi in dieci minuti»: il racconto di un operatore italiano in Libano, tra bombardamenti e sfollamenti di massa

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Oltre 100 attacchi concentrati in meno di 10 minuti, avvenuti a ridosso del cessate il fuoco annunciato da Stati Uniti e Iran. È quello che è accaduto in Libano. L’attacco, avvenuto senza ordini di evacuazione, ha generato una situazione di caos immediato. «Si sono sentiti i jet, poi le prime bombe, poi il fumo ovunque», racconta a Open Lorenzo Bianco, operatore di AVSI presente a Beirut. «In dieci-quindici minuti era tutto paralizzato: la gente nei parcheggi, negli uffici, senza sapere dove andare». Secondo Bianco, la mancanza di un evacuation order ha aggravato la situazione, impedendo alla popolazione di mettersi al riparo. In questo contesto, sottolinea, «le vittime sono per lo più civili», mentre anche le aree considerate sicure hanno perso qualsiasi capacità di protezione. In Libano ieri è stato un giorno di lutto nazionale. L’escalation inaspettataL’attacco di questi giorni viene descritto come un’ulteriore e improvvisa intensificazione del conflitto, soprattutto per la modalità con cui si è verificato. A rendere l’episodio particolarmente rilevante, oltre il numero di attacchi in un intervallo estremamente ristretto, è anche il contesto in cui si è verificato. Le operazioni hanno colpito aree densamente popolate e non sono state precedute dai consueti ordini di evacuazione che, in altre fasi del conflitto, avevano almeno consentito a una parte dei civili di allontanarsi preventivamente dalle zone considerate a rischio.In più, dopo l’annuncio del cessate il fuoco, molte persone avevano iniziato a muoversi per rientrare verso le proprie abitazioni o le zone d’origine, nel tentativo di approfittare di una possibile tregua. Questo elemento contribuisce a rendere l’escalation ancora più destabilizzante: non solo per l’intensità degli attacchi, ma anche per l’alternanza rapida tra annunci di tregua e nuove violenze, che ha lasciato la popolazione in una condizione di costante incertezza e mobilità forzata.Una popolazione sotto pressioneLa vita quotidiana in Libano è cambiata radicalmente. «Beirut è una città spettrale», racconta Bianco. «La gente ha paura di uscire, si muove solo dentro il proprio quartiere». Nei giorni successivi agli attacchi dell’otto aprile la situazione è rimasta instabile e caratterizzata da nuovi spostamenti di popolazione. Secondo le stime riportate dall’operatore, sono circa un milione e duecentocinquantamila le persone sfollate, ma solo una parte riesce a essere ospitata negli shelter ufficiali, spesso scuole trasformate in rifugi di emergenza. Il resto della popolazione vive condizioni molto più precarie. «Molte persone non hanno trovato posto negli shelter e si trovano nei parcheggi o lungo i lungomari delle città del Nord del Libano, senza bagni né servizi igienici», spiega Bianco, sottolineando la pressione crescente sulle aree che accolgono gli sfollati.Crisi economica e tensioni socialiAlla crisi legata agli attacchi si somma una situazione economica che il Libano attraversa ormai dal 2019. L’inflazione, la svalutazione della moneta e il crollo del potere d’acquisto hanno reso il contesto ancora più instabile. Come spiega Bianco, «la popolazione è estremamente impoverita», in un sistema in cui una parte ridotta della società mantiene ancora condizioni economiche relativamente stabili mentre la maggioranza fatica ad accedere ai beni essenziali. A questo quadro si aggiunge la presenza di diverse comunità che convivono nel Paese e che hanno storicamente equilibri fragili. Il Libano è infatti composto da gruppi religiosi e politici differenti, tra cui comunità cristiane (maronite, ortodosse e altre denominazioni), musulmane sunnite e musulmane sciite, con una struttura sociale e istituzionale basata su un delicato equilibrio confessionale. Un ulteriore elemento di fragilità è la presenza di centinaia di migliaia di rifugiati siriani e palestinesi, che si trovano in condizioni spesso ancora più precarie rispetto alla popolazione locale. Questa sovrapposizione di crisi diverse contribuisce ad aumentare la pressione sulle comunità ospitanti e sui servizi già limitati. «Il rischio è che aumentino le tensioni tra comunità», osserva Bianco, sottolineando come la crisi non sia soltanto militare o umanitaria, ma anche profondamente sociale.Le necessità dei libanesi ora e il lavoro di AVSIDi fronte a questa emergenza, le organizzazioni umanitarie hanno attivato interventi immediati nelle prime ore successive agli attacchi. Le priorità sono state soprattutto la distribuzione di beni essenziali come acqua, cibo, coperte e materiali di prima necessità. «Abbiamo fornito acqua potabile, cibo, kit igienici, coperte e materassi», racconta Bianco. Con il passare dei giorni, però, l’intervento si è strutturato in maniera più sistematica attraverso la gestione degli shelter, spesso scuole trasformate in rifugi collettivi. Accanto ai bisogni materiali, è emersa con forza anche la dimensione psicologica della crisi. «Molte persone sono estremamente traumatizzate e si trovano sfollate per la seconda volta in meno di due anni», spiega Bianco, sottolineando come il supporto psicosociale sia diventato una componente centrale dell’intervento umanitario. In questo contesto, AVSI ha attivato anche una campagna di raccolta fondi per sostenere le attività di emergenza in Libano. Le risorse raccolte vengono destinate sia alla risposta immediata sia al rafforzamento dei programmi educativi e di protezione rivolti alle famiglie sfollate e ai minori.A che punto siamo del cessate il fuocoSul piano regionale, la situazione resta priva di una direzione chiara, con una forte discrepanza tra dichiarazioni diplomatiche e realtà sul terreno. Le interpretazioni del cessate il fuoco annunciato nei giorni scorsi sono infatti divergenti tra gli attori coinvolti, contribuendo ad aumentare la confusione. Secondo diverse ricostruzioni, l’accordo avrebbe dovuto includere una riduzione delle ostilità anche in Libano. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, tra i mediatori, aveva infatti indicato che il cessate il fuoco avrebbe riguardato più teatri di guerra, incluso il Libano. Una posizione però subito contestata da altri attori. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il Libano non rientra nell’intesa tra Stati Uniti e Iran, precisando che le operazioni militari continueranno. Nel frattempo, Israele ha ribadito la propria disponibilità a proseguire le operazioni militari qualora necessario, sottolineando come gli obiettivi militari non siano ancora stati completati.Foto per gentile concessione di Fondazione AVSIL'articolo «Cento attacchi in dieci minuti»: il racconto di un operatore italiano in Libano, tra bombardamenti e sfollamenti di massa proviene da Open.