Scuola, università, lavoro. Così i giovani di origine rom sognano il riscatto in Bulgaria: «Siamo i primi, non gli ultimi» – Il video

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Quando Dimitar arrivò a Sofia aveva diciotto anni. Uno zaino pieno di libri e una determinazione più pesante di tutto il resto. Diretto verso la capitale bulgara, guardava il paesaggio scorrere oltre il finestrino mentre la mente tornava al percorso che lo aveva condotto fin lì. Più di cento chilometri da Yunatsite, uno dei più grandi villaggi abitati da rom della Bulgaria. Ma la distanza più difficile da colmare non era quella geografica, bensì quella fatta di aspettative, pregiudizi e limiti imposti dagli altri. Oggi Dimitar è uno studente universitario. Ha scelto di iscriversi a pedagogia perché ha un obiettivo preciso: diventare insegnante. «Voglio restituire ai bambini le opportunità che ho avuto io, e che ho conquistato con fatica», racconta. Un traguardo reso possibile anche grazie al sostegno di Arete Youth Foundation, organizzazione bulgara che aiuta i giovani rom a costruire il proprio futuro, con il contributo di UniCredit Foundation, impegnata a promuovere un accesso equo all’istruzione in Europa. «Arete aiuta i ragazzi a dare forma ai propri sogni. In contesti difficili, ritrovare il contatto con i propri desideri è il primo passo per cambiare la propria storia», spiega Letizia Dottorini, Program Manager di UniCredit Foundation. «Il nostro ruolo è supportarli in questo percorso affinché il cambiamento sia concreto e duraturo». Dimitar e la sua famiglia nel villaggio rom di YunatsiteIl miraggio dell’universitàQuella di Dimitar, però, non è una storia comune. In molti contesti segnati da povertà ed emarginazione, il percorso scolastico si interrompe troppo presto, spesso ben prima del diploma. Per tanti giovani rom, l’università resta un traguardo lontano, quasi irraggiungibile. Dimitar lo sa bene. «All’inizio eravamo circa trenta studenti nella mia classe», ricorda. «Alla fine sono stato l’unico a sostenere e superare con un buon risultato l’esame di maturità». Dietro quel risultato ci sono anni di impegno, sacrifici e ostinazione. Ma soprattutto, la convinzione profonda che l’istruzione possa cambiare il destino delle persone. Ora, tra le aule dell’università di Sofia, Dimitar porta con sé non solo i suoi libri, ma anche la speranza di poter essere, un giorno, un punto di riferimento per altri giovani che, come lui, partono da contesti difficili e cercano di costruirsi una strada diversa.La comunità rom in BulgariaStando agli ultimi dati dalla Fondazione Arete, l’organizzazione che oggi sostiene Dimitar, solo circa il 22% degli studenti rom completa la dodicesima classe, l’ultimo anno della scuola secondaria superiore. E tra i giovani tra i 16 e i 24 anni, circa il 60% non studia e non lavora. Più in generale, la comunità rom è il terzo gruppo etnico del Paese. «Secondo le stime non ufficiali conta circa 800mila persone. Ma in molte aree continua a vivere in condizioni di marginalità: povertà, segregazione nei quartieri e scuole dove la qualità dell’istruzione è spesso molto bassa», spiega la direttrice della fondazione, Radostina Chaprazova. E quasi un bambino su due studia in una scuola dove la maggior parte degli studenti è rom. «La qualità dell’istruzione in queste scuole è spesso più bassa – prosegue la direttrice – e gli insegnanti, anche quelli motivati, finiscono per scoraggiarsi».Una rete che cambia le storie: «Sii la versione migliore di te»Radostina Chaprazova, direttrice di Arete Youth FoundationRadostina è una delle persone che ha creduto in Dimitar. Il suo percorso non è casuale. «Sono cresciuta in una famiglia rom con una madre single». Sua madre è stata la prima donna rom della loro città a diventare insegnante. «Ha cambiato il ruolo della donna rom», spiega Chaprazova. Anche lei ha affrontato ostacoli. «So cosa significa ricevere una proposta di matrimonio a 15 anni», racconta. «E dovermi salvare da un matrimonio precoce scegliendo di continuare a studiare». Dopo l’università e un periodo di lavoro nelle istituzioni pubbliche e alla Commissione europea, ha deciso di dedicare la propria carriera ai giovani rom. «Il sostegno che ho ricevuto mi ha insegnato che ho una responsabilità: restituire qualcosa alla mia comunità».Il nome della fondazione deriva dal greco antico. Arete, ovvero «sii la versione migliore di te», spiega Radostina. Da oltre quindici anni l’organizzazione lavora in tutta la Bulgaria con programmi di mentoring, borse di studio, sostegno psicologico e formazione. «Le difficoltà non mancano», racconta una tutor della fondazione. «Ci sono molti bambini brillanti, ma spesso mancano di metodo di studio e motivazione. In tante famiglie l’istruzione non è considerata una priorità: basta che i figli frequentino la scuola, senza una reale consapevolezza del valore dell’educazione». Una visione condivisa anche da Radostina. «Per noi i giovani rom sono persone con un potenziale nascosto», sottolinea. «Noi lo cerchiamo, lo troviamo e lo sviluppiamo». Negli anni Arete ha lavorato con più di 5mila giovani. Molti sono diventati professionisti: insegnanti, medici, avvocati, imprenditori. «Non siamo solo un’organizzazione», spiega Chaprazova, «ma una comunità. Un luogo dove puoi essere te stesso senza paura».Dal villaggio alla cittàTra i giovani sostenuti dalla Fondazione Arete ci sono anche Anela e Viktoria. Ani, oggi studentessa di economia all’Università di Sofia, ricorda bene le difficoltà affrontate durante il percorso scolastico: insegnanti poco preparati, episodi di discriminazione e compagni spesso scoraggiati. «Ci dicevano: “Cosa andrete a fare in una grande città? Non è per voi”», racconta. L’incontro con l’organizzazione è avvenuto durante un campo estivo. «Non avevo idea di cosa fare della mia vita», spiega. «Quel campo ha cambiato tutto: mi ha fatto capire il vero valore dell’istruzione». Anche Viktoria, per tutti Viki, lega all’istruzione una svolta decisiva. «Mi ha dato qualcosa che prima sembrava irraggiungibile: la libertà», dice. «Mi ha permesso di lasciare il villaggio, trasferirmi in città e non avere più paura. Se fossi rimasta lì, probabilmente oggi sarei già madre». Accanto a loro ci sono altri ragazzi e ragazze prossimi al diploma, con sogni chiari per il futuro: diventare medici, infermieri, ostetriche. «Mio padre vuole che io sia preparata e una persona intelligente», ci dice Zoe, commossa.Viktoria, studentessa universitariaLa prima generazione, ma non l’ultimaPer molti giovani rom, andare all’università significa essere i primi della propria famiglia. Chaprazova li chiama “la prima generazione”. «Essere i primi a finire la scuola. I primi ad andare all’università. I primi a realizzarsi professionalmente». È così che si cambia una comunità. «Mostrare esempi reali è una delle molle motivanti più forti», spiega. «Quando i giovani vedono qualcuno come loro che ce l’ha fatta, iniziano a credere che sia possibile anche per loro». Oggi Dimitar attraversa ogni mattina i corridoi dell’Università di Sofia. A volte pensa alla sua vecchia classe. Trenta studenti all’inizio. Uno soltanto arrivato fin lì. Ma lui non vuole restare un’eccezione. Sogna di tornare proprio in quelle aule dove tutto è cominciato, per lasciare nei bambini lo stesso segno che qualcuno, un giorno, ha lasciato in lui: la certezza che studiare può cambiare il destino, può riscrivere una vita. «Quando fai il primo passo», dice, «diventi più forte». E a volte basta proprio quel primo passo per cambiare tutto.L'articolo Scuola, università, lavoro. Così i giovani di origine rom sognano il riscatto in Bulgaria: «Siamo i primi, non gli ultimi» – Il video proviene da Open.