“L’intera civiltà” che, nelle minacce di Donald Trump (ma solo in quelle), ha corso il rischio di estinguersi ieri notte è ancora viva e vegeta. Il regime che essa stessa si è data con la rivoluzione del ’79 – massacratore dei suoi stessi cittadini, quindi indifendibile – ha al massimo vacillato sotto i raid che hanno “eliminato” la Guida Suprema Ali Khamenei e alcuni dei livelli più alti dei Pasdaran, ma non è collassato come qualcuno dei consiglieri del presidente degli Stati Uniti a Washington aveva improvvidamente sperato. Perché l’Iran non è il Venezuela, e affinché la scellerata avventura di “Epic Fury” potesse avere un minimo di senso il capo della Casa Bianca avrebbe dovuto saperlo o, se non altro, qualcuno dei suoi avrebbe dovuto spiegarglielo.Non è accaduto. Per questo 38 giorni di bombardamenti coordinati di US e Israeli Air Force e i velleitari appelli rivolti dal tycoon alla popolazione affinché insorgesse contro il governo non hanno funzionato. I motivi? Molteplici: il cosiddetto “effetto bandiera” – molti iraniani hanno visto l’attacco non come una possibile liberazione, ma come un’aggressione alla nazione della quale vanno orgogliosi -, la sanguinosa soppressione delle rivolte scoppiate tra dicembre e gennaio, il trauma dei precedenti regionali in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, il timore che la caduta della leadership portasse a una guerra civile infinita o alla frammentazione del paese e, infine, l’assenza di una classe dirigente alternativa hanno impedito un rovesciamento dal basso.Primo risultato: Ali Khamenei non c’è più, il suo successore Mojtaba non è ancora apparso in pubblico, ma il regime che ha fatto migliaia di morti nella repressione delle proteste e che Trump aveva promesso di abbattere nel poco lungimirante giubilo delle cancellerie occidentali – Spagna esclusa – non è stato sostituito con uno più accettabile secondo gli standard occidentali. La complessa organizzazione dalla struttura reticolare sul quale si basa il combinato disposto di oligarchia teocratica e Guardiani della Rivoluzione ha retto all’impatto di migliaia di attacchi mirati, ai quali ha risposto con una guerra asimmetrica fatta di bombardamenti sulle basi militari e le infrastrutture energetiche degli alleati di Washington nel Golfo, ma soprattutto bloccando le forniture di petrolio di mezzo mondo strozzando del 90% il traffico nello Stretto di Hormuz, la cui gestione ora si batterà per mantenere con la possibilità di imporre tasse di transito.Secondo risultato: le risorse missilistiche degli ayatollah sono state indebolite e la sua capacità di colpire lo Stato ebraico è diminuita, ma non è stata definitivamente eliminata come Washington prometteva e Tel Aviv desiderava. E – fattore principale in chiave negoziati – anche se i principali impianti di lavorazione sono stati fortemente danneggiati nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, il paese mantiene il possesso del proprio uranio arricchito, che era stata una delle principali giustificazioni con cui Trump (salvo cambiare più volte versione) aveva motivato non solo questo conflitto ma anche quello della scorsa estate.Ora i rappresentanti di Teheran andranno a Islamabad a trattare da una posizione più solida rispetto a quella che avevano tenuto prima del 28 febbraio. Se a Ginevra aveva assunto una postura sostanzialmente dialogante (prima dell’inizio dei raid il 28 febbraio era previsto il 6° round dei negoziati in Oman), domani la Repubblica islamica siederà al tavolo da una posizione rafforzata dal fatto di essere uscita ammaccata ma non annientata dalla pioggia di bombe: chiederà garanzie di sicurezza (l’impegno vincolante da parte di Stati Uniti e Israele a non attaccare più il territorio iraniano), l’eliminazione di tutte le sanzioni imposte dall’Occidente, il riconoscimento definitivo del diritto a mantenere un programma nucleare per scopi civili, magari sotto una supervisione super partes, mentre i piani missilistici che gli Usa chiedevano di sopprimere resteranno pressoché intoccabili.L'articolo Iran, il regime ha resistito alle bombe: ora potrà far meno male a Israele, ma ha ancora il suo uranio arricchito proviene da Il Fatto Quotidiano.