“Vittoria totale e completa. Al 100%. Nessun dubbio”. A distanza di 39 giorni dall’avvio dell’operazione “Epic Fury”, Donald Trump non ha dubbi sui risultati dell’accordo raggiunto con Teheran come la prova definitiva dell’efficacia della linea dura seguita da Washington. A patto che reggano alla prova dei fatti, il presidente degli Stati Uniti potrà presentare ai suoi elettori il cessate il fuoco temporaneo mediato dal Pakistan, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un nuovo tavolo negoziale domani a Islamabad come risultati concreti, ottenuti senza concessioni sostanziali.Tuttavia se di vittoria il tycoon può parlare, nella migliore delle ipotesi si è trattato di un successo tattico ma certamente non strategico. Il capo della Casa Bianca ha trovato una via d’uscita dal cul de sac geopolitico in cui si era infilato a sette mesi dalle elezioni di mid term, imboccando la strada delle trattative sulla scorta del gradimento riscosso presso gli americani in caduta libera nei sondaggi. La sola cosa che realmente gli interessi.Per il resto tutto è rimasto più o meno com’era. Se fino a pochi giorni fa Trump ne chiedeva la “resa incondizionata“, ora i suoi rappresentanti si troveranno a trattare con lo stesso sistema di potere che il 14 (“La nazione è stata totalmente decapitata“) e il 30 marzo (“Abbiamo ottenuto un cambio di regime“) assicurava di aver abbattuto. Nulla di tutto ciò è accaduto: Ali Khamenei è stato eliminato, ma l’élite teocratica protetta dai Guardiani della Rivoluzione che ha soffocato nel sangue di migliaia di iraniani le recenti manifestazioni di piazza è ancora lì, e continuerà a guidare il paese.Elemento ancor più evidente del sostanziale fallimento dell’ultima guerra del tycoon è quello nucleare: Teheran ha ancora i 440 chili di uranio arricchito al 60% di cui parlò l’Aiea il 12 giugno 2025 e che Stati Uniti e Israele avevano usato come principale giustificazione per attaccare. Nonostante le altrettanto trionfanti dichiarazioni dell’epoca, la possibilità per Teheran di produrre l’ordigno atomico non era stata eliminata la scorsa estate con la “guerra dei 12 giorni” e men che meno è stata scongiurata con questa nuova campagna.Le ricadute negative di “Epic Fury“, invece, sono evidenti e di lungo periodo. Guidati dal loro commander in chief, gli Stati Uniti hanno infranto l’ennesima linea rossa, indebolito ulteriormente il diritto internazionale provando per l’ennesima volta che i potenti possono fare ciò che vogliono senza la copertura delle Nazioni Unite ormai confinate al ruolo di spettatrici, inferto un altro doloroso colpo a una Nato già in forte difficoltà dopo le minacce rivolte alla Groenlandia, accusando gli alleati gli alleati rei di non aver concesso l’uso delle loro basi di essere “deboli” e “approfittatori” e minacciando di lasciare l’alleanza che ha garantito l’equilibrio geopolitico negli ultimi otto decenni perché “funzionalmente defunta” e ridotta a una “tigre di carta“.Allo stesso tempo, l’operazione militare e le modalità con cui è stata condotta rischiano di creare un precedente significativo: l’uso della forza senza un chiaro mandato internazionale e con obiettivi politici mobili finisce per indebolire ulteriormente la credibilità di Washington quando invoca il rispetto delle regole, aprendo la strada a comportamenti analoghi da parte di altre potenze.Così facendo il tycoon ha aumentato l’entropia di un mondo molto meno sicuro di quanto non fosse prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Una prima prova ne è il cambio strutturale dello statuto dello Stretto di Hormuz, choke point strategico per i commerci globali che qualunque nave fino al 28 febbraio poteva liberamente attraversare e da oggi, se tutto andrà bene per Washington, sottoposto a un meccanismo di controllo congiunto Usa-Iran.Una seconda prova ne è il senso di insicurezza sorto tra i paesi del Golfo, scopertisi da un giorno all’altro perfettamente raggiungibili e vulnerabili agli attacchi del gigante sciita. Il che comporta il rischio di un effetto domino sul piano della sicurezza globale: l’attacco a Teheran potrebbe rafforzare la convinzione, in altri attori regionali e non solo, che senza una deterrenza credibile – anche di tipo nucleare – si rimanga esposti agli appetiti degli avversari, accelerando dinamiche di proliferazione già difficili da controllare.La terza è il caos generato sui mercati: i costi degli idrocarburi improvvisamente saliti alle stelle hanno avuto ricadute pesanti sul prezzo dei carburanti, quello del gas in particolare, e sul traffico aereo, aprendo una difficile congiuntura della quale gli esperti fanno fatica a intravedere la fine.L'articolo Iran, la “vittoria” di Trump è tattica ma non strategica: il tycoon si è tolto dal “cul de sac”, ma gli ayatollah sono ancora lì proviene da Il Fatto Quotidiano.