Servirsi dell'IA per preparare un esame o un compito scolastico sta ormai diventando la prassi tra gli studenti di tutto il mondo, perché permette di risparmiare tempo e fatica. Eppure può avere un costo sul medio-lungo periodo: ritrovarsi con una memoria meno solida ed efficiente. È quanto emerge da uno studio condotto dall'Università Federale di Rio de Janeiro su 120 studenti universitari, divisi in due gruppi. Metà ha potuto utilizzare ChatGPT per preparare un compito con l'intelligenza artificiale, mentre l'altra metà ha seguito metodi tradizionali. A distanza di 45 giorni, in un test a sorpresa incentrato sull'argomento del loro lavoro, gli studenti che avevano utilizzato l'IA ricordavano meno, e hanno ottenuto un punteggio medio di 5,75 su 10, contro il 6,85 del gruppo "analogico".Una differenza significativa, che suggerisce come la maggiore velocità nello studio non si traduca necessariamente in un apprendimento più duraturo.. Apprendimento rapido. Uno dei dati più evidenti dell'esperimento riguarda proprio il tempo impiegato. Gli studenti che hanno utilizzato ChatGPT hanno ultimato il compito in media in 3,2 ore, il 45% in meno rispetto a chi ha studiato senza supporti di IA. Il chatbot ha quindi permesso di cercare informazioni, sintetizzarle, strutturarle e trovare esempi in modo molto più rapido. Questo vantaggio, però, sembra incidere sulla qualità dell'apprendimento: i risultati del gruppo "tradizionale" non solo sono stati mediamente migliori, ma anche più concentrati verso le fasce di punteggio elevate, mentre quelli del gruppo che ha utilizzato l'IA erano dispersi tra le diverse fasce.. Memoria indebolita. Alla base del fenomeno c'è un meccanismo noto come "cognitive offloading", cioè la tendenza a delegare parte dello sforzo mentale a strumenti esterni. Quando si utilizza un'IA generativa per riassumere o spiegare un argomento, il cervello può ridurre il livello di impegno necessario nell'elaborazione delle informazioni, perché non ha bisogno di concentrarsi più di tanto. Questo, però, porta a un apprendimento più superficiale e meno radicato.. Il principio è simile a quello della cosiddetta "amnesia digitale", descritta già nel 2011 da un gruppo di studio della Columbia University, secondo cui affidarsi ai motori di ricerca riduce la capacità di tenere a mente le informazioni. Per esempio, è più facile ricordare dove trovare un dato (come il nome di un sito o una parola chiave su Google), piuttosto che il dato stesso. Con l'IA, però, il fenomeno si amplifica, perché non ci si limita più a cercare dati, ma si delegano anche i lavori di sintesi, interpretazione e organizzazione dei contenuti, tutti funzionali a imprimere i concetti nella mente.. Equilibrio necessario. I ricercatori sottolineano come il loro lavoro non metta in discussione l'utilità dell'intelligenza artificiale, ma evidenzi piuttosto come questi strumenti possano essere molto efficaci per apprendere più velocemente e per orientarsi tra grandi quantità di informazioni. Il punto, però, è come vengono utilizzati. Secondo lo studio, strategie didattiche efficaci dovrebbero integrare l'IA senza eliminare lo sforzo cognitivo, che resta fondamentale per consolidare la memoria.. In altre parole, l'obiettivo non è evitare l'uso dell'intelligenza generativa, ma affiancarlo a pratiche che mantengano attivo il processo di apprendimento, come – per esempio – la rielaborazione personale dei contenuti, la scrittura autonoma dei testi (utilizzando i risultati dell'IA come una traccia) o il ripasso attivo, cioè provare a richiamare le informazioni senza rileggerle, spiegandole a una terza persona o riscrivendole a memoria..