Siamo tutti uguali dinanzi alla morte. Tutti. Ce lo si ricorda facilmente quando ad andarsene sono gli amici. Ce lo si scorda quando sono gli avversari, quelli acerrimi, quelli dai quali ti separa tutto – e magari con assente rispetto reciproco. Io me lo ricordo, che la morte è una livella, e voglio andare avanti a ricordarmelo. Così, quando ho appreso che è morto Carlo Monguzzi, consigliere comunale Verde (e prima Pd e prima sempre a sinistra, spesso radicalmente), mi è venuto in mente tutto quello che ci contrapponeva. Non lo scriverò, qui, perché mancherei di rispetto a lui e a me stesso. Mi sono venute però in mente tutte le volte che gli ho scritto contro, e che lui ha reagito. Tante volte, gli ho scritto contro. Lo rifarei per ognuna di esse. Tante volte lui ha reagito, e mi sarei stupito non lo avesse fatto.A volte certi rapporti tra politici e giornalisti sono così. Pieni di astio, di risentimento, senza possibilità di redenzione. Nè di dialogo diretto. Così era il nostro. Io lo accusavo di essere un ipocrita e un finto moralista, lui mi accusava di essere un venduto e un falso. Andava così, faceva parte del nostro balletto terreno. Alla fine, negli ultimi tempi, un po’ mi ero preoccupato, perché mi pareva spento. Non reagiva come prima, e pure io non gli scrivevo più contro. Ma non ci parlavamo mai direttamente, e così pensavo fosse una fase politica: l’uomo, al netto delle sparate, la politica sapeva farla eccome. Maestro dei tempi e delle battaglie, del ritmo e della spada: abilità che si imparano sul campo. Poi, oggi, la notizia. Questo nostro strano rapporto non so se mi mancherà. Ma di certo, di fronte alla sua morte, mi tolgo il cappello perché anche lo scontro corrosivo, irrispettoso, velenoso ha comunque la dignità di uno strano legame umano.L'articolo Carlo Monguzzi, uguale anche nella morte proviene da Nicolaporro.it.