Venerdì 10 aprile arriva in libreria “Parlami di te. Il potere delle relazioni autentiche” di Luca D’Aprile (prefazione di Daniela Lucangeli) per il nuovo marchio Heisenberg dedicato al coaching e alla crescita personale dell’editore Aliberti. Il nome richiama il principio di indeterminazione di Heisenberg: ciò che non è certo non è un problema, ma un punto di partenza. Nel libro di Luca D’Aprile, manager, editore e coach professionale, si parte da una premessa semplice, ma spesso dimenticata: ciascuno di noi è protagonista di due storie. La prima è quella intima, fatta di convinzioni, paure, interpretazioni e dialoghi interiori. La seconda è quella pubblica, che gli altri leggono nei nostri gesti, nelle parole, nei silenzi. È la “teoria dei due romanzi”, così definita dall’autore: attraverso esempi concreti ed episodi di vita quotidiana, l’invito è a fermarsi, ascoltarsi e riconoscere in sé quel valore che troppo spesso rimane nascosto. Perché è proprio nello spazio tra i due “romanzi” che nascono le relazioni e prendono forma le scelte più importanti della nostra vita.Attraverso un percorso con al centro la comunicazione, con sé stessi e con gli altri, il libro accompagna a rileggere la propria storia con maggiore autenticità, lucidità e gentilezza verso sé stessi. Fino al dialogo con il neurologo Patrizio Cardinali, una riflessione scientifica a due voci su un tema essenziale nello sviluppo delle relazioni umane: il cervello ha un’anima? La risposta emerge pagina dopo pagina: la chiave dell’autoconsapevolezza è custodita nella nostra capacità più naturale e profonda, quella di specchiarci nell’altro. Libri, dunque, quelli in uscita, in cui l’incertezza diventa energia, movimento, cambiamento. Ognuno pensato per parlare a chi vuole reinventarsi, intercettando temi come l’empowerment femminile; la gestione dell’ansia e del carico mentale; l’identità personale e professionale; il downshifting e la ricerca di autenticità; la strategia e la resilienza; la ribellione consapevole e la critica sociale.Ma sono libri dotati – anche – di una nuova tecnologia sviluppata in partnership con Contatto Divino: quella del MIB (message in a book). Ogni libro consente al lettore di “conversare” con esso. Basta inquadrare il qr-code presente in copertina e porre delle domande per ricevere approfondimenti coerenti con il proprio percorso. In un dialogo adattivo e personale, la tecnologia AI trasforma il proprio libro in un tutor, capace di instaurare una relazione duratura, oltre il tempo della lettura. Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni stralci dell’intervista di Luca D’Aprile a Patrizio Cardinali:Luca D’Aprile: Il ruolo del cervello nella costruzione di relazioni autentiche, con sé stessi e con gli altri, è il tema di questo libro. Le pongo, dunque, una domanda “antica” e forse senza una risposta definitiva, che affascina da generazioni: il cervello ha un’anima?Patrizio Cardinali: La domanda che pone non è solo affascinante, è una delle più antiche della storia del pensiero. Il rapporto tra anima e cervello è infatti al centro del dibattito sul dualismo mente-corpo o mente-cervello. Fino alla nascita delle neuroscienze, avvenuta agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, esistevano teorie che distinguevano il cervello dalle attività mentali come il ragionamento, la coscienza e la personalità.Per molto tempo, quindi, si è pensato che mente e cervello fossero due entità separate.Esattamente. In senso spirituale l’anima è etimologicamente un “soffio vitale” che non ha una sede specifica nel corpo. Tralasciando questo concetto, arriviamo alla domanda centrale: c’è qualcosa che trascende il nostro cervello? È ancora possibile teorizzare un dualismo mente-corpo?È la domanda che, in modi diversi, attraversa tutto questo libro.Ed è una domanda a cui le neuroscienze hanno cercato di rispondere in modo molto concreto. Oggi sappiamo che ogni attività cerebrale è funzionalmente in rete con tutti gli organi del corpo umano e con il mondo esterno. Un cervello che viene privato da connessioni interne ed esterne cessa le proprie attività cognitive, condizione che dimostra come non esista un’attività intrinseca pura della mente. Un esempio chiarissimo è il talamo, una grande struttura nervosa che si trova alla base del cervello. Se il talamo smette di inviare alla corteccia cerebrale le informazioni sensitive e sensoriali provenienti dall’ambiente e dal nostro corpo, i neuroni perdono eccitabilità, sincronizzano l’attività elettrica e il cervello entra in uno stato di sonno che può approfondirsi fino al coma.Quindi mente, corpo, coscienza, Io……Non sono altro che rappresentazioni affascinanti di un organo meraviglioso che è il nostro cervello.Se il cervello ha un’anima, questa si chiama rete: un sistema plastico che si rinnova e muta continuamente. Una rete che dimostra come la vita sia basata su princìpi di relazione, condivisione e organizzazione, e che le esperienze siano parte fondamentale del cambiamento e dell’evoluzione.È un’immagine che dialoga molto con il modo in cui racconto la vita: un romanzo fatto di intrecci, di reti, di comunicazione tra persone.È proprio questa visione che trova una base scientifica nella connettòmica, la disciplina moderna che sta rivoluzionando il modo di studiare il cervello, ovvero una modalità di analisi in rete delle varie attività funzionali cerebrali. Il termine connettòma nasce nel 2005 dai ricercatori Olaf Sporns e Patric Hagmann, in riferimento alla costruzione di una mappa delle connessioni cerebrali correlate alle varie attività o funzioni del cervello.Questo approccio cambia radicalmente il modo di guardare al cervello. Eppure, molti corsi di coaching e comunicazione fanno ancora riferimento al modello del cervello tripartito di MacLean, una teoria formulata negli anni Sessanta.Come dicevo, la connettòmica supera la vecchia teoria del “localizzazionismo”, nella quale si pensava che nel cervello le funzioni fossero svolte da aree specifiche ben delimitate nei lobi emisferici; supera anche le più recenti teorie del cervello diviso e quella del cervello tripartito di MacLean (rettiliano, mammaliano e neocorticale). La connettòmica si avvale di strumenti di neuroimaging avanzata (risonanza magnetica funzionale), di tecniche di medicina nucleare e di elettroencefalografia avanzata con lo scopo di tracciare reti e mappe neurali costruite sulla base di connessioni correlate alle funzioni. Questi studi stanno ridisegnando le modalità con cui il nostro cervello processa le informazioni e ci permettono di formulare mappe funzionali che dimostrano come, per qualsiasi attività, esista una serie di processi di integrazione dei segnali attraverso centri HUB che si connettono a più livelli su entrambi gli emisferi.[…]Il successo nella vita e la capacità di saper creare relazioni autentiche, la capacità di sentire l’altro, di intuire cosa prova, ancora prima che lo dica… Come si colloca l’empatia in tutto questo?Mi tornano in soccorso, ancora una volta, i neuroni specchio, scoperti negli anni Novanta da un gruppo di ricerca italiano guidato da Giacomo Rizzolatti all’Università di Parma. Come spesso accade nelle grandi scoperte scientifiche, la loro individuazione avvenne in modo quasi casuale. In origine il gruppo stava studiando la mappatura delle aree cerebrali che si attivano in un macaco mentre compie un gesto motorio. Durante gli esperimenti si accorsero che alcune aree della corteccia premotoria si attivavano anche quando la scimmia osservava uno sperimentatore compiere la stessa azione.Quindi il cervello reagiva come se stesse agendo, pur restando fermo.Precisamente. Per la prima volta si dimostrava che alcune aree motorie non si attivano solo durante l’esecuzione di un’azione, ma anche durante l’osservazione della stessa azione compiuta da un altro. Questa scoperta ha aperto la strada allo studio dei meccanismi attraverso cui il cervello apprende per imitazione.Ed è qui che entra in gioco l’empatia.Esatto, i neuroni specchio consentono di comprendere rapidamente le intenzioni dell’altro. Le loro aree sono fortemente connesse con il sistema limbico, in particolare con l’insula, coinvolta nella regolazione delle emozioni. Questo permette al cervello di associare un comportamento osservato a uno stato emotivo.È come se, osservando l’altro, il nostro cervello facesse una simulazione interna.E infatti parliamo di simulazione motoria. Chi osserva utilizza la propria rete neurale per proiettare il comportamento dell’altro all’interno di sé. Questo meccanismo rende possibile non solo l’imitazione, ma anche la comprensione immediata di ciò che l’altro sta facendo e, in parte, di ciò che sta provando.Questo spiega perché alcune emozioni siano contagiose.Il riso e il pianto sono esempi molto chiari di come i neuroni specchio influenzino i comportamenti sociali. L’osservazione di un’emozione nell’altro può indurre una risposta simile in chi osserva, spesso in modo del tutto inconsapevole.E questo significa anche che le persone che frequentiamo ci cambiano.Non c’è dubbio: l’osservazione ripetuta dei comportamenti altrui modifica le nostre reti neurali. È un processo spesso inconscio, ma con un impatto profondo su come apprendiamo, comunichiamo e ci relazioniamo.L’empatia, quindi, non è un’abilità accessoria.È una funzione biologica fondamentale. È ciò che rende possibile la vita sociale, il linguaggio, l’apprendimento condiviso.In altre parole, non siamo individui isolati.Siamo cervelli costruiti per risuonare con altri cervelli.L'articolo Viviamo due vite senza saperlo? In libreria “Parlami di te. Il potere delle relazioni autentiche”, il libro di Luca D’Aprile che cambia il modo di vedere se stessi proviene da Il Fatto Quotidiano.