Pensami grande è una espressione che, in ambito pedagogico, fu utilizzata nel secolo scorso da uno studioso caratterizzato da molteplici interessi, mancato purtroppo prematuramente nel 2001, ossia Mario Tortello. Non riprenderò qui tutta la sua opera, rivolta soprattutto al percorso educativo dei bambini con disabilità. Vorrei però, partendo da questa espressione, svolgere alcune riflessioni personali, convinto che tali parole racchiudano un corretto approccio formativo.Cosa significa, infatti, pensami grande? Innanzitutto, porrei l’accento sul fatto che il soggetto di questa affermazione è il bambino. Ciò è rilevante poiché, principalmente per le giovani persone con disabilità, gli adulti tendono spesso, per un indotto abilismo, a decidere al loro posto, come se le stesse non avessero alcuna capacità di autodeterminarsi. In realtà, ogni persona possiede tale abilità, sebbene talvolta in maniera ridotta. Sta a chi le vive accanto, non trattandola in modo eccessivamente infantile – come invece sovente accade, tuttora, anche a scuola, ad opera di educatori poco maturi –, cercare di farla fiorire nella misura massima. Tale fioritura si può attuare solo ponendosi in costante rapporto empatico con la persona, nonché, come detto, utilizzando come bussola di orientamento etico il “pensarla grande”, tentando di renderla quanto più possibile autonoma, per prepararsi alle varie fasi della propria vita.In uno dei precedenti articoli sul Corriere della Sera ricordavo che il bene, per ogni ente, consiste in tutto ciò che consente di realizzare la sua natura. Il bene di una pianta, secondo il tipo di pianta, consiste nella giusta composizione di luce, acqua, terriccio, ecc. Il bene di un cagnolino, secondo la razza, consiste nella giusta proporzione di cibo, passeggiate, giochi, ecc. Per il bene di un piccolo essere umano vale lo stesso criterio: occorre rispetto e cura per tutto ciò che la sua natura, generica e specifica, richiede. Occorre allora ricordare, con riferimento al nostro tema, che fra le tendenze proprie di ogni essere umano vi è quella ad essere indipendente, ossia libero di pensare, decidere e agire. Nessuna condizione di disabilità, sia essa fisica o psichica, esclude totalmente questa capacità, o elimina tale bisogno. Poiché, tuttavia, porlo in essere può risultare complesso, chi si occupa, soprattutto al di fuori della famiglia, della educazione di una giovane persona disabile, non deve limitarsi a starle vicino. L’educatore professionale deve infatti, alla luce delle proprie competenze, fare tutto il possibile per favorire il bene di questa persona, ossia per far maturare tutte le sue potenzialità, con interventi adeguati. Volere bene ad una giovane persona con disabilità – come, del resto, ad ogni essere vivente – significa in effetti impegnarsi per supportarla nella crescita nella maniera migliore. Questo si può ottenere accompagnandola, ove necessario, in tutte le esperienze utili alla sua realizzazione, senza però voler decidere o fare al suo posto.Ciò è molto importante, sia in famiglia che a scuola. Sempre più spesso, infatti, a partire dalla scuola primaria, sono presenti studenti disabili o con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), anche in quanto vi è stato un incremento della capacità diagnostica relativa a queste situazioni. Ancora troppo di frequente, però, vi sono docenti, curricolari come di sostegno, non formati su cosa sia meglio fare per questi allievi, al fine di favorire il loro ottimale processo di sviluppo. Un fiore che sboccia è delicato; un cucciolo di cane è tenero; un bambino con disabilità è dolce; il loro fine, ossia il loro bene, non consiste tuttavia nel permanere in tali condizioni rimanendo piccoli, ma nel diventare grandi nel modo più adeguato, seguendo un adatto percorso di crescita.Mi chiedo in merito: dato che a differenti tipologie di fiori non si apporta la stessa qualità di fertilizzanti; dato che a differenti tipologie di cani non si fornisce lo stesso genere di cibo, ma si sceglie con cura quello più conforme, per quale motivo chi decide di fare il docente, ancora oggi – al di là del fatto che il sistema scolastico non favorisce l’acquisizione delle relative competenze –, spesso non ritiene suo dovere formarsi, anche in maniera autonoma, sui differenti processi cognitivi dei propri studenti, e su cosa sia più opportuno fare per insegnare a tutti nel modo migliore, tenendo conto delle peculiarità di ciascuno? Chi funziona in modo differente ha bisogno di competenze specifiche, per poter diventare un adulto consapevole. La libertà didattica non autorizza a spiegare come si vuole, senza verificare che gli studenti apprendano. Si realizza infatti il bene dei propri allievi, e si compie correttamente il proprio dovere, solo se si cerca di dotarli, nel modo più adeguato, di tutti gli strumenti loro necessari, per quanto faticoso possa essere l’impegno richiesto.Ogni genitore di persona disabile immagina per lei, sin da piccola, un progetto di vita conforme alle sue capacità, alle sue inclinazioni e soprattutto ai suoi desideri. Cerca, appunto, di “pensarla grande”. I bambini caratterizzati da minori limitazioni sono, senza dubbio, più autonomi nella formazione della loro progettualità. Maggiori sono le compromissioni funzionali, invece, più la pianificazione operativa diventa importante, sia sul piano individuale, sia sul piano collettivo. Purtroppo, in Italia, il “progetto di vita” delle persone con disabilità, previsto per legge sin dal 2000, si trova ancora in un imbarazzante stato di sperimentazione, che non assicura affatto alle famiglie di poter fruire di questo essenziale strumento, fondamentale principalmente per la gestione coordinata di bisogni complessi. Si tratta infatti, tramite esso, di strutturare una rete di servizi, per la maggior parte pubblici, in grado di supportare la vita della persona disabile nella totalità delle sue esigenze, le quali si modificano nel tempo.Pensami grande sono dunque parole che, anche se non pronunciate, ogni bambino, soprattutto se con disabilità, rivolge idealmente dapprima ai propri famigliari, poi ai propri educatori, infine all’intera comunità. Una comunità è tale, in effetti, quando non trascura, in primo luogo, i suoi membri più fragili. Il fatto che le giovani persone con disabilità, nonché le loro famiglie, si sentano invece così spesso abbandonate dalle istituzioni, lascia ritenere che il grado di civiltà del nostro Paese, almeno in merito a questa tematica, sia tuttora piuttosto basso.luca.grecchi@unimib.it