Un percorso clinico segnato da scelte affrettate e informazioni incomplete – con interventi che avrebbero dovuto essere evitati o rinviati – è al centro della sentenza con cui il Tribunale di Firenze ha condannato l’Asl Toscana Centro a risarcire la famiglia di una donna morta a soli 35 anni per un carcinoma al seno. La decisione, riportata dal Corriere della Sera, ricostruisce una vicenda in cui, secondo i giudici, alcune tappe fondamentali della gestione medica sarebbero state affrontate in modo non conforme ai protocolli e alle buone pratiche oncologiche. La storia inizia nel dicembre 2013, quando la paziente si sottopone a una visita a Prato senza che venga individuata la presenza del tumore. Solo cinque mesi dopo, nel maggio 2014, i sanitari rilevano la neoplasia e decidono per un intervento chirurgico immediato. Una scelta che, alla luce degli accertamenti successivi, si rivelerà controversa perché ormai il cancro aveva già generato metastasi.Il Tribunale ha infatti stabilito che una diagnosi anticipata di pochi mesi non avrebbe modificato in modo significativo la prognosi della donna, proprio perché già allora erano presenti metastasi. Per il magistrato, che ha valutato il caso ed emesso il verdetto, l’operazione eseguita tra maggio e giugno 2014 – una mastectomia radicale seguita da linfoadenectomia – non solo non era urgente, ma avrebbe dovuto essere preceduta da ulteriori valutazioni. Tra le criticità evidenziate nella sentenza emerge la mancata valutazione preoperatoria, passaggio essenziale per definire l’estensione della malattia e pianificare il trattamento più adeguato. Non era stato definito lo stadio di gravità del tumore. I medici avrebbero quindi operato senza una piena conoscenza della situazione e senza il confronto con un team oncologico multidisciplinare, previsto dalle linee guida regionali e nazionali.Non meno rilevante, per i giudici, è il tema del consenso informato. Alla paziente sarebbero state fornite informazioni generiche e insufficienti, non idonee a garantire una scelta realmente consapevole. In particolare, non le sarebbe stata prospettata con chiarezza l’alternativa della terapia neoadiuvante come un trattamento farmacologico preliminare che, nei tumori al seno, può ridurre la massa e consentire interventi meno invasivi. Queste omissioni, secondo il Tribunale, hanno prodotto “un’emorragia di sofferenza aggiuntiva” per la donna e per i suoi familiari, tra l’intervento chirurgico e il decesso avvenuto nel 2018. Da qui la decisione di riconoscere un risarcimento di circa 270mila euro per i danni morali ai suoi congiunti.La sentenza di primo grado, firmata dal giudice Roberto Monteverde, introduce anche un elemento giuridico significativo: il riconoscimento del danno morale “propagato” ai familiari, cioè la sofferenza condivisa che si estende oltre la vittima diretta. Un aspetto che, secondo la difesa della famiglia, rappresenta un precedente di particolare rilievo nei casi di malattia grave.L'articolo “Un’emorragia di sofferenza aggiuntiva”, riconosciuto il danno morale per i parenti di una donna morta di cancro al seno proviene da Il Fatto Quotidiano.