Quando Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang, ha varcato le porte della Grande Sala del Popolo venerdì mattina per incontrare il leader cinese, Xi Jinping, il messaggio era già definito. Il leader cinese ha ribadito che la riunificazione è una “inevitabilità storica” e ha avvertito che qualsiasi spinta verso l’“indipendenza” non sarà tollerata. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, ma – osserva Aurelio Insisa, esperto di politica asiatica – il punto non è tanto l’incontro in sé quanto il modo in cui viene costruito e utilizzato.“Quello che trovo più interessante di questa visita è il modo in cui si articola nel dominio dell’informazione”, spiega il responsabile della ricerca sull’Asia dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). “Parliamo contemporaneamente del dibattito cross-strait, di quello interno taiwanese e di quello internazionale sul futuro e la sicurezza di Taiwan”. In questo spazio multilivello, aggiunge, “si tratta fondamentalmente di una vittoria cinese”.La costruzione della scena è parte integrante del messaggio. Xi ha ricevuto Cheng affiancato dai membri del Comitato Permanente del Politburo, il vertice ristretto del potere cinese, sottolineando la centralità politica dell’incontro. Il contenuto è noto – riunificazione come “inevitabilità storica”, indipendenza come causa delle tensioni lungo lo Stretto di Taiwan, disponibilità al dialogo entro il quadro della “unica Cina” – ma è la cornice a rafforzarne la portata. La risposta di Cheng, con il riferimento alla “rinascita della civiltà cinese”, si inserisce in questo impianto, alimentando la critica del Partito Democratico Progressista (DPP), il partito dell’attuale presidente Lai Ching-te, che ha parlato apertamente di capitolazione.Il contesto rafforza ulteriormente la lettura. La visita avviene mentre Pechino intensifica le esercitazioni militari attorno a Taiwan negli ultimi due anni e cerca di consolidare una narrativa alternativa a quella occidentale. Per Insisa, si tratta di un impianto costruito con continuità dopo le elezioni di Lai: “Questa narrativa sostiene che la presenza degli Stati Uniti come garante della sicurezza di Taiwan e la leadership del DPP siano le principali cause delle tensioni nello Stretto”. Un frame che, sottolinea, “ricorda da vicino la narrativa russa sull’Ucraina”, dove Nato e nazionalismo ucraino vengono indicati come fattori scatenanti del conflitto.In questo schema, il ruolo di Cheng è tutt’altro che neutrale. “Cheng Li-wun recita la sua parte in questa narrativa”, afferma Insisa: “La variante che ha esposto in questo viaggio è fondamentalmente quella cinese”. Il punto non è tanto ciò che ottiene, quanto ciò che contribuisce a legittimare.Il tempismo è centrale. La visita precede di un mese il viaggio di Donald Trump a Pechino, dove Xi punta a ottenere una posizione più netta contro l’indipendenza di Taiwan. Parallelamente, Washington prepara un nuovo pacchetto di vendite di armi a Taipei, dopo il record di 11,1 miliardi di dollari annunciato a dicembre. In questo contesto, spiega Insisa, “la Cina usa il dialogo con il Kuomintang per dimostrare che esiste un’alternativa all’escalation”, legandola implicitamente alle scelte elettorali taiwanesi.Il profilo politico di Cheng amplifica l’efficacia dell’operazione. Ex attivista pro-democrazia e pro-indipendenza negli anni Novanta, è entrata nel KMT nel 2005 spostandosi progressivamente verso posizioni più vicine a Pechino. Durante la visita ha anche ribadito il riferimento al “Consenso del 1992”, che riconosce l’esistenza di “una sola Cina” pur lasciando ambigua la sua interpretazione politica. La sua elezione alla guida del partito nel 2025, osserva Insisa, riflette una dinamica interna ben precisa: “Il meccanismo delle primarie ha storicamente premiato l’ala più dura del Kuomintang rispetto a quella più moderata”. Il risultato è una leadership più allineata a Pechino, ma meno competitiva a livello nazionale: Insisa osserva che questi falchi non sono necessariamente vincenti nelle elezioni presidenziali.È qui che emerge il rischio politico. “Il principale fattore discriminante per gli elettori taiwanesi resta la posizione nei confronti di Pechino”, ricorda Insisa. Se il KMT continua a performare nelle elezioni locali grazie al radicamento territoriale, fatica invece nelle presidenziali proprio su questo terreno. In vista delle amministrative del 2026, la scelta di Cheng appare quindi come una scommessa ad alto rischio.Il risultato è una dinamica asimmetrica: Pechino ottiene un guadagno immediato sul piano narrativo, mentre il Kuomintang si espone a un costo reputazionale interno. Le eventuali concessioni – ripresa di alcuni voli, aperture commerciali limitate – difficilmente compenserebbero questo squilibrio.Insisa invita infine a evitare letture superficiali, soprattutto in Europa. “Manca il contesto per comprendere davvero la portata della visita”, osserva, ricordando come pochi conoscano le dinamiche interne al KMT e il loro impatto elettorale. Interpretare l’incontro come un segnale di distensione significherebbe fraintenderne la natura: non un passo verso la pace, ma una mossa in una competizione narrativa in cui, almeno per ora, Pechino ha segnato un punto.Su questo sfondo si apre però un secondo tracciato, meno visibile ma strategicamente rilevante. Mentre il Kuomintang sperimenta una linea di dialogo diretto con Pechino, l’amministrazione di Lai intensifica i contatti con l’Unione europea e con i partner occidentali su dossier come sicurezza delle supply chain, cooperazione tecnologica e protezione delle infrastrutture critiche, inclusi cavi sottomarini e cybersicurezza. Come analizzato lunedì in un evento ospitato dallo IAI, il rischio, per Taipei, è una crescente polarizzazione tra due vettori esterni alternativi; l’opportunità è trasformare questa divergenza in leva negoziale. In questa tensione tra apertura verso l’Occidente e pressione di Pechino si gioca non solo il futuro politico interno di Taiwan, ma anche il suo posizionamento strategico nel sistema internazionale.