Quel che è accaduto nei giorni scorsi non deve sorprendere, se non per la tardività della “scoperta” – da parte di osservatori non granché attenti del sistema culturale italiano – che il lavoro di valutazione e di selezione dei film e dei festival che lo Stato sostiene non si caratterizza per quella meritocrazia invocata a gran voce da Meloni quando era in campagna elettorale, ormai oltre tre anni e mezzo fa.Veramente viene da evocare che “il Principe è nudo”, citazione della fiaba di Andersen che ho fatto mia, come slogan – metodologico prima che ideologico – anche rispetto all’istituto di ricerca indipendente che ho fondato oltre trent’anni fa e che presiedo, l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult. Da tempo e su più testate (da Key4biz a il Riformista, da il Manifesto a L’Altravoce, e con questo blog su il Fatto Quotidiano), IsICult denuncia i deficit di trasparenza e di tecnocrazia (e meritocrazia) nella gestione delle risorse pubbliche a favore della cultura.Quel che potremmo definire una incredibile versione cinematografica del caso Regeni (cattiva gestione politica ed istituzionale della terribile vicenda del ricercatore ucciso da esponenti dei servizi segreti egiziani; cattiva gestione da parte del Ministero della Cultura del progetto di docufilm sul ricercatore, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo…) ha consentito di far accendere i riflettori su come i danari dei contribuenti vengono assegnati.Questa “piccola” vicenda (in termini numismatici, i produttori avevano chiesto un contributo di 131mila euro su un budget di 328mila) è ben lontana dalle dimensioni del budget complessivo del sempre più controverso credito di imposta a favore del cinema e dell’audiovisivo (ben 441 milioni di euro nel 2026, sul totale di 696 milioni del totale del Fondo Cinema e Audiovisivo): se il credito d’imposta funziona con meccanismi automatici (di fatto, viene concesso a tutti i produttori), in questo caso la delicata materia è quella dei cosiddetti “contributi selettivi”. Sovvenzioni “selettive” (circa 80 milioni di euro) che vengono decise da una “eletta” schiera di 27 (presunti) super-esperti: 15 per la “produzione” e 12 per la “promozione”. Persone scelte dal Ministro della Cultura con una logica totalmente autocratica: discrezionalità assoluta, totale assenza di pubblicità nelle procedure selettive.Non è semplicemente scandaloso che sul sito del Ministero della Cultura non vengano nemmeno pubblicati i curricula di questi 27 commissari?! Non è incredibile che sul sito della Direzione Cinema e Audiovisivo (guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni) non vengano pubblicati nemmeno i verbali delle riunioni di queste commissioni? Trasparenza zero. Eppure la direzione consorella, la Direzione Spettacolo del Mic (guidata da Antonio Parente), non si limita a pubblicare le graduatorie, ma anche i verbali…Se si analizzano i nomi dei 27 esperti “altamente qualificati” e di “comprovata esperienza” (questo recita la legge), si osservano senza dubbio persone di buon livello professionale, ma anche una buona parte di consiglieri che non possono dimostrare né qualificazione né esperienza. Scelti soltanto col criterio dell’“intuitu personae” del Ministro, che non deve rendere conto a nessuno, nemmeno alle commissioni parlamentari competenti.Ci sono consiglieri che col cinema e l’audiovisivo poco (se non addirittura nulla) hanno avuto a che fare. Un paio di esempi: Ivan Cardia, già nello staff della Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, zero esperienza nel cinema, ma apprezzato come “menestrello” della Lega Salvini; Benedetta Fiorini, nessuna esperienza nell’ambito di cinema e audiovisivo nemmeno lei, ma già deputata prima di Forza Italia e poi della Lega Nord (anche lei nelle grazie della ex collega Borgonzoni) nella XVIII Legislatura 2018-2022… Peraltro ieri nominata dal governo nel consiglio di amministrazione dell’Eni, e ciò basti: suvvia… dal cinema all’energia, che salto di qualità!Il Ministro sceglie autocraticamente, ma il Principe qualche suggerimento verosimilmente lo riceve: dal partito senza dubbio e da una rete di lobbisti, comunque sempre col rischio di subordinare la valutazione qualitativa al rapporto fiduciario. Sempre latente, quindi, il rischio di clientelismo, di lottizzazione, di amichettismo…Da anni IsICult denuncia queste pratiche basse, nel silenzio dei più. Incluse le principali associazioni di categoria (dai produttori agli autori), che ora insorgono, ma che troppo spesso sono state silenti e conniventi (forse soddisfatte della propria “fetta” della “torta” decisionale). Almeno l’ex Ministro dem Dario Franceschini aveva comunque promosso un avviso pubblico a presentare candidature: i suoi successori, nemmeno questa parvenza di trasparenza.Mercoledì 8 una dinamica surreale (anzi quasi comica): Borgonzoni dirama un comunicato stampa nel quale dichiara che la scelta sul docufilm su Regeni “non rispecchia in alcun modo la linea del Ministero” e invita i commissari a dimettersi; il suo Ministro Alessandro Giuli al question-time poche ore dopo dichiara invece, à la Ponzio Pilato, che le decisioni assunte dalle commissioni – che pur non condivide – sono assolutamente libere e indipendenti, e che commetterebbe un reato se le influenzasse… Contraddizioni interne alla maggioranza?!Fino ad oggi si sono dimessi solo tre esperti: Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti, Ginella Vocca. Se le due commissioni vedranno dimissionari rispettivamente almeno 8 dei 15 membri (commissione “produzione”) e 7 dei 12 (commissione “promozione”), verranno a decadere “d’ufficio” e il Ministro dovrà subito rinominarle: come, alla luce di questo piccolo grande scandalo?IsICult ha proposto una soluzione semplice: anzitutto promuovere un avviso pubblico a presentare candidature con precisi pre-requisiti, candidature che andranno selezionate sulla base di terne proposte dalle principali associazioni di categoria: autori, critici, produttori, tecnici, lavoratori… E pubblica analisi comparativa dei curricula. Si tratta di una soluzione non perfetta, sempre a rischio di consociativismo, ma certamente migliore dell’attuale, che vede un mix patologico di commissari qualificati e altri scelti solo per logiche di lottizzazione e amichettismo.L'articolo Caso documentario su Regeni, zero trasparenza nelle commissioni ministeriali per il cinema e l’audiovisivo proviene da Il Fatto Quotidiano.