Per circa trent’anni Raffaella Romagnolo ha tenuto la sua malattia riservatissima, chiusa in un faldone di cartoncino rosso, lontana dalla maggior parte delle persone che la conoscevano. La scrittrice di Alessandria, due volte finalista al Premio Strega e tra le voci più apprezzate della narrativa italiana contemporanea, ha convissuto in silenzio con la sclerosi multipla dal 1998, confidando la diagnosi soltanto alla cerchia più stretta di familiari e amici. Oggi rompe quel silenzio con La segreta cura, il suo ultimo libro pubblicato da Mondadori.La diagnosi di sclerosi multiplaEra il 1998 e Romagnolo aveva ventisette anni, stava preparando la scalata al Monte Bianco e frequentava il dottorato in Scienze letterarie. Come racconta a La Stampa, la malattia si è presentata nel pieno di una stagione felice. «Fu un colpo», ricorda. «È una malattia per la quale non esiste una terapia risolutiva: si entra in una condizione cronica». A rendere tutto più difficile, spiega, è l’imprevedibilità: anche con gli strumenti diagnostici di oggi, una volta ricevuta la diagnosi il paziente non sa come la malattia evolverà. Le opzioni terapeutiche sono migliorate rispetto a trent’anni fa, ma le cure non hanno un termine e il futuro resta incerto.Perché Romagnolo ha aspettato 30 anni prima di parlare della sua malattiaLa svolta è arrivata quasi per caso, perché circa due anni fa la scrittrice è stata coinvolta in una ricerca di antropologia medica e, raccontando la propria storia a una ricercatrice, ha avuto una specie di illuminazione: «Mi sono vista dall’esterno, con lo sguardo della scrittrice, e ho capito di avere tra le mani una buona storia, capace di passare dall’individuale al collettivo». Scrivere il libro, però, non è stato un percorso indolore. Riattraversare certi bivi, rivedere scelte fatte e subite, inclusa la rinuncia a una maternità, le è costato fatica. Romagnolo resta convinta, tuttavia, che «la letteratura abbia un grande potere conoscitivo».Quanto ha influito la malattia nella scritturaIl rapporto tra malattia e scrittura, nel caso di Romagnolo, è tutt’altro che marginale. Quando è arrivata la diagnosi non aveva ancora cominciato a scrivere, ma riordinando i referti medici in ordine cronologico ha scoperto qualcosa di inaspettato: segnano un percorso in cui si aprono, proprio grazie alla malattia, possibilità creative che prima sembravano precluse. «C’è chi sostiene che l’arte nasca da una ferita», dice. «Di certo, meno pensavo di poter fare ciò che desideravo, più scrivevo». La convivenza con una condizione invisibile, che resta sotto la pelle senza mostrarsi all’esterno, l’ha anche resa più empatica verso gli altri, una qualità che, sottolinea, nella scrittura aiuta in modo determinante.Il valore della cura nelle malattie cronicheCentrale, nel racconto che Romagnolo fa della propria esperienza, è anche il tema della relazione con chi la cura. «Conduco una vita normale, ma le terapie a cui mi sottopongo sono impattanti», ammette, esprimendo gratitudine al Servizio sanitario nazionale e alla «schiera di neurologi» che nel corso degli anni si sono presi cura di lei. Nel libro cita, tra gli altri, Virginia Woolf, Oliver Sacks e Pia Pera, autori che prima di lei hanno attraversato la malattia e ne hanno scritto. L’esergo scelto è di Woolf, che definiva la malattia «un gran confessionale»: perché se ogni paziente ha la propria storia, c’è una dimensione universale che appartiene a tutti.L'articolo Raffaella Romagnolo e la malattia tenuta segreta per 30 anni, la scoperta della scrittrice a 27 anni: «Fu un colpo perché non esiste una cura» proviene da Open.