Il videoregistratore compie 70 anni: storia dell’oggetto che ci ha regalato la libertà di guardare la tv

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Settant’anni fa la televisione ha smesso di essere un appuntamento fisso per diventare una scelta libera. Il 14 aprile 1956, con la presentazione dell’Ampex VRX-1000, nasceva ufficialmente il primo videoregistratore della storia: un colosso da 45mila dollari che avrebbe distrutto la tirannia dei palinsesti. Il primo modello stava nelle redazioni e negli studi televisivi, non nei salotti. Eppure dentro quell’oggetto ingombrante c’era già tutto: la fine del palinsesto come legge assoluta e l’inizio di un rapporto diverso tra spettatore e contenuto. La prima registrazioneIl debutto ebbe l’effetto di una rivelazione. A Chicago, durante una riunione dei responsabili e dei proprietari della rete televisiva CBS, un oratore concluse il suo intervento davanti alle telecamere senza lasciare il podio. I monitor disseminati nella sala si oscurarono per un istante, per poi riaccendersi mostrando il discorso appena terminato: identico, ma non più in diretta. Per chi assisteva era qualcosa che semplicemente non apparteneva al presente: fino ad allora registrare la televisione significava riprendere uno schermo con una cinepresa e attendere lo sviluppo della pellicola, con risultati imperfetti. Qui invece l’immagine tornava immediata e fedele. Quando il sipario si aprì svelando la macchina, la reazione fu di entusiasmo quasi incredulo, con i presenti che si alzavano in piedi sulle poltrone per vedere da vicino l’oggetto miracoloso. I limiti inizialiAll’inizio, però, è un miracolo che riguarda pochi. L’Ampex VRX-1000 pesa cinquecento chili ed è grande quanto un armadio; consuma una quantità smisurata di energia e richiede una squadra di tecnici per funzionare. È una macchina pensata per le emittenti: serve a registrare programmi, ritrasmetterli in differita, correggere gli errori delle dirette. Negli Stati Uniti viene adottato rapidamente dai grandi network; in Italia la Rai introduce i primi sistemi Ampex tra il 1958 e il 1959, anche in vista delle Olimpiadi di Roma. Non cambia subito il modo di guardare la televisione, ma cambia il modo di farla. Ed è da lì che il rapporto con il tempo – fino ad allora rigidamente legato alla diretta – comincia quasi impercettibilmente a modificarsi.L’ingresso nelle caseQuella possibilità, inizialmente confinata agli studi televisivi, si allarga lentamente fino a entrare nelle case. Il primo passo arriva nel 1975, quando Sony lancia in Giappone il Betamax, il primo videoregistratore a uso domestico, capace di registrare i programmi tv e di svincolare la visione dal palinsesto. È una forma embrionale di on demand, che si diffonde subito negli Stati Uniti e raggiunge l’Europa alla fine del decennio. Il Betamax inaugura il mercato home video, ma non sarà il formato dominante: nel 1976 JVC introduce il VHS, tecnicamente inferiore ma più flessibile, e rapidamente adottato su larga scala grazie alla maggiore durata delle videocassette, a una politica di licenze aperte e anche al ruolo dell’industria pornografica, che lo predilige per i costi più contenuti. Tra gli anni Ottanta e Novanta il videoregistratore diventa un oggetto di massa e modifica il rapporto con lo schermo: rivedere un programma, saltare le parti superflue. In Italia, a metà degli anni Novanta, più di una famiglia su due ne possiede uno. Il palinsesto resta, ma smette di essere l’unico tempo possibile: per la prima volta lo spettatore conquista un margine di autonomia all’interno di un sistema che fino ad allora non lo prevedeva.DVD e home videoDa lì in poi l’accelerazione è incessante, ma passa ancora per oggetti concreti. Negli anni Novanta arriva il DVD: introdotto a metà del decennio, si diffonde velocemente e nel giro di pochi anni sostituisce le videocassette. Più compatto, con accesso diretto alle scene e niente riavvolgimenti. A metà degli anni Duemila il mercato dei DVD raggiunge il suo picco, circa 16 miliardi di dollari a livello globale. È l’ultimo formato davvero di massa, quello che trasforma la visione in archivio personale: non si registra più soltanto, si colleziona. Il Blu-ray, lanciato nel 2006, promette un salto ulteriore – più spazio, alta definizione – ma arriva quando il modello sta già cambiando. Migliora l’esperienza, ma non la logica: il contenuto resta legato a un supporto fisico, mentre il pubblico si abitua sempre di più all’idea di accesso immediato. I numeri lo confermano ancora oggi: il mercato globale combinato di DVD e Blu-ray vale ormai pochi miliardi di dollari.La nascita dello streamingPoi il supporto scompare. Tra la fine degli anni Duemila e l’inizio dei Duemiladieci la distribuzione diventa digitale e cambia natura: non si tratta più di conservare, ma di accedere. Netflix, nata nel 1997 come servizio di noleggio DVD, nel 2007 introduce lo streaming e inaugura un modello destinato a diventare dominante. Nel giro di pochi anni si afferma una costellazione di piattaforme globali – da Amazon Prime Video a Disney+, fino a Apple TV+ e HBO Max – che trasformano il contenuto in un catalogo potenzialmente illimitato, disponibile in ogni momento. Oggi Netflix, da sola, conta 325 milioni di abbonati a livello globale. Intorno, un mercato – quello del video on demand – che vale ormai decine di miliardi nei singoli paesi più avanzati e continua a espandersi. La sequenza, osservata a distanza, resta lineare: prima registrare, poi scegliere, organizzare, infine accedere a tutto, anche da computer. La visione diventa flussoC’è un ulteriore passaggio, più recente e ancora più radicale: la visione si sposta fuori dall’idea stessa di “programma”. Piattaforme come TikTok ridefiniscono il formato, prima ancora dei contenuti. L’obiettivo non è scegliere cosa guardare tra le opzioni di un catalogo, ma scorrere: video brevi, sequenze potenzialmente infinite, ideate per essere fruite su uno schermo che sta nel palmo della mano. La logica cambia ancora: non c’è più un inizio e una fine, ma un flusso continuo che si adatta in tempo reale alle reazioni di chi guarda. Se lo streaming aveva svincolato il contenuto dal supporto, TikTok lo libera anche dalla durata, dalla forma, persino dall’intenzione iniziale di visione. Non si entra per vedere qualcosa di preciso, ma per restare.Il ruolo dell’algoritmoSettant’anni dopo, il punto di partenza è ancora lì: una macchina pensata per rimandare nel tempo ciò che la televisione consumava nell’istante. Prende così avvio una trasformazione che ha progressivamente spostato il controllo nelle mani di chi guarda, almeno in apparenza. Ma dentro questa libertà si è imposto un sistema diverso, più fluido e difficile da afferrare. Non è più il palinsesto a dettare il ritmo, ma non è nemmeno lo spettatore a governarlo fino in fondo. Tra questi due poli si è insinuato l’algoritmo, che non impone ma orienta – cosa guardare, in quale ordine – dentro ambienti costruiti per prolungare la visione e trasformare ogni preferenza in previsione. Il videoregistratore ha incrinato il monopolio della televisione sul tempo, ma le piattaforme hanno imparato a presidiare qualcosa di ancora più prezioso: l’attenzione. E a ricavarne dati. FOTO: historyofrecording.comL'articolo Il videoregistratore compie 70 anni: storia dell’oggetto che ci ha regalato la libertà di guardare la tv proviene da Open.