Il primo vero test politico sulla nuova legge elettorale passa dal perimetro del testo. Domani, 9 aprile, in Commissione Affari costituzionali alla Camera si voterà infatti sull’estensione della discussione: non ancora il merito della riforma, ma i confini entro cui costruirla. Ed è proprio su questo terreno che si consumerà un corpo a corpo tra maggioranza e opposizioni. Sul tavolo, accanto alla proposta base a prima firma Bignami (FdI), la maggioranza – oltre al testo di Riccardo Magi sulla raccolta firme digitale – punta a inserire anche due capitoli politicamente sensibili: il voto degli italiani all’estero e quello dei fuori sede. Un «controsenso» per le opposizioni che avevano già avanzato come richiesta preliminare di tenerli fuori dalla discussione. Ritirando o chiedendo il disabbinamento dei propri testi.La proposta della maggioranza«Il voto di domani nasce per venire incontro alle opposizioni», sostiene il forzista e presidente della prima Commissione Alessandro Pagano, rivendicando la disponibilità a ridefinire il perimetro dopo le richieste arrivate nei giorni scorsi. L’abbinamento dei provvedimenti è prassi quando si tratta della stessa materia, spiega. E se la proposta di legge sul voto all’estero è stata ritirata dopo le proteste, proprio per favorire il dialogo, «resta comunque un tema da affrontare nell’ambito della legge elettorale, così come quello dei fuori sede».La linea della maggioranza è chiara: discutere comunque tutto ciò che incide sulla rappresentanza, senza veti. Fumo negli occhi per gli avversari. Secondo il Movimento 5 stelle, l’allargamento è «prematuro» e soprattutto incoerente: «La Camera può deliberare su un tema su cui si è già pronunciata?», è la domanda sul voto ai fuori sede, oggetto di una legge delega già approvata a Montecitorio e ora ferma al Senato. Inserirlo di nuovo nella riforma elettorale, secondo i pentastellati, servirebbe solo a giustificare l’ingresso del dossier sugli italiani all’estero, considerato il vero obiettivo politico. La revisione dei collegi potrebbe incidere su una quota non marginale di seggi, 8 alla Camera e 4 al Senato, in una partita sul filo. «Se andrà avanti al Senato sarà espunto dalla commissione alla Camera», chiarisce sul punto Pagano.Il nodo degli italiani all’esteroLa lettura dei pentastellati è condivisa anche dal Pd. Per la dem Simona Bonafè, il voto di domani rappresenta un primo spartiacque: «Se passa l’allargamento si parte già male». Il punto non è solo di metodo ma anche di merito. La disciplina del voto all’estero, ricorda, è sempre stata trattata separatamente e presenta caratteristiche specifiche, a partire dal sistema proporzionale su base circoscrizionale. Intervenire dentro la legge elettorale nazionale significherebbe, secondo il Pd, piegare quelle regole a logiche di convenienza. «Hanno fatto passare il ritiro della Pdl di FdI sul voto all’estero come frutto della volontà di venirci incontro, ma se poi ci chiedono di allargare allora vuol dire che la volontà di mediare non c’era», sottolinea Bonafè. «Continuano a dire che vogliono coinvolgerci e alla prima richiesta di buon senso che facciamo tirano dritto».Netta anche la posizione di Alleanza Verdi-Sinistra, che torna ad escludere qualsiasi confronto senza un passo indietro della maggioranza. «Nessun dialogo, a maggior ragione se si procede con forzature sul perimetro», è la linea. Anche perché, spiegano anche loro, sul voto ai fuori sede esiste già un intervento legislativo definito, mentre sulla legge elettorale «non si possono sommare materie diverse. Se vanno avanti è l’ennesima dimostrazione che le dichiarazioni di disponibilità al confronto sono solo fuffa». E lasciano intendere che, come Avs, nei prossimi giorni proporranno un proprio testo per la legge elettorale. Anche perché «incontri tra le opposizioni non ce ne sono stati».L'articolo Legge elettorale, perché l’intesa maggioranza-opposizione è già finita. Domani il primo voto in commissione proviene da Open.