“Nada Cella fu uccisa per rancore, gelosia e invidia sociale”: le motivazioni della condanna di Anna Lucia Cecere per il delitto di 30 anni fa

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L’omicidio di Nada Cella è un “delitto d’impeto”, crudele e aggravato dai futili motivi, che per i giudici del tribunale di Genova tra le sue radici nel “rancore” e nella “gelosia”. Un rancore che Anna Lucia Cecere, “ragazza madre” con “l’ossessione di sistemarsi”, covava nei confronti del commercialista Marco Soracco, che l’aveva “tagliata” senza “nemmeno trovare il coraggio di dirglielo in faccia”. E che, quella mattina di trent’anni fa, si sarebbe riversato su Nada Cella, “segretaria graziosa” nei cui confronti provava invidia sociale, la cui unica colpa sarebbe stata quella di “eseguire i dettami del suo datore di lavoro”: impedire a quella donna l’accesso allo studio, “indotta” dal superiore “a placarla sulla porta”.È questa la ricostruzione di uno dei più noti cold case italiani, contenuta nelle motivazioni appena depositate e firmate dalla Corte presieduta dal giudice Massimo Cusatti. Un caso “particolare”, si legge nella premessa della decisione: sia per il tempo passato (una sfida “al macigno del tempo”, sia per il “malsano clima investigativo” in cui all’epoca si svolsero le indagini. La pista che portava ad Anna Lucia Cecere – condannata in primo grado a 24 anni – era emersa subito, ma in modo altrettanto frettoloso era stata archiviata, perché in contraddizione con l’ipotesi principale, quella che aveva come unico sospettato Soracco. Le prove a carico dell’imputata – scrivono i magistrati – sono “indiziarie”, ma il complesso degli indizi forma “una griglia stringente e univoca”, in grado di superare “ogni ragionevole dubbio“: testimoni, un tipo di bottoni molto particolari ritrovati nel suo appartamento e sul luogo del delitto, vecchie intercettazioni dimenticate a lungo nel fascicolo.“Annalucia Cecere – si legge nella sentenza – aveva un congruo movente per recarsi nello studio di Soracco la mattina del 6 maggio 1996: quello di chiedergli conto del fatto che questi le si negava al telefono e non la cercava più dopo essere stato a lungo il di lei ‘confessore’ e dopo essersi mostrato disponibile ad accompagnarsi a lei sia in giro, a piedi o in macchina, sia in sale da ballo; era animata da rancore e gelosia nei confronti di Nada Cella, che reputava una ‘contadina’ dell’entroterra la quale, a differenza sua, aveva fatto fortuna venendo ‘in città’ a Chiavari e vantando molte più chance di ‘sistemarsi’ anche grazie a una posizione lavorativa privilegiata che a lei, invece, era rimasta fino ad allora preclusa”.In questa ricostruzione dei fatti, Cecere si presenta di prima mattina nello studio di Soracco, conoscendone le abitudini, ma trova la segretaria, che prova a mandarla via. Nasce un litigio, che finisce con la brutale aggressione della vittima, colpita più volte alla testa e abbandonata, ancora agonizzante, in un lago di sangue. Scappa e una donna con le sue fattezze viene notata da una mendicante, Giuseppina Radatti, soprannominata da chi la conosceva “Occhio di falco“, che ne dà una descrizione nitida e piena di dettagli. Quella violenza è motivata per i giudici da un “rancore pregresso” e alimentata da “decenni di frustrazioni emotive e sociali”: Annalucia Cecere è descritta dai giudici come una donna “incattivita”, “dal carattere esplosivo”, una ragazza avvenente in grado di “far girare gli uomini per strada”, ma considerata una “reproba”, per il suo status di “ragazza madre”.Una giovane donna che avrebbe avuto “l’ossessione di sistemarsi”, impresa facile in un paesino bigotto, perbenista e borghese come è la Chiavari degli anni Novanta. Lo “spaccato sociale” che fa da sfondo a questa storia ha una sua importanza e un suo spazio nelle motivazioni. C’è una “enclave matriarcale”, composta da “madri disgustate o addirittura terrorizzate dall’idea che i loro figli in età da moglie coltivassero i propri sogni di vita con una ‘ragazza madre’”: ne sarebbero un esempio la madre e la zia di Soracco, ma anche le madri dell’ex fidanzato e della vicina di casa di Cecere, la quale definiva in modo sprezzante il ‘bastardino’ il figlio della donna. Come contraltare, c’è poi “una schiera di uomini sulla soglia della maturità mostratisi succubi delle madri, quanto alle decisioni inerenti al proprio futuro sentimentale, perché incapaci di sottrarsi al loro giogo nei rapporti con l’altro sesso (…) fra cui spicca spicca il trentaquattrenne Marco Soracco, il quale, pur sentendosi libero di frequentare Anna Lucia Cecere – avvenente ma impresentabile in casa come potenziale fidanzata – per finalità che non si stenta a immaginare tutt’altro che platoniche, si riduce invece a corteggiare la neoassunta segretaria – per contro, una fidanzata ideale – soltanto avvalendosi dell”interposizione’ della zia e si determina a farle inviare un mazzo di fiori”.Soracco viene respinto dalla segretaria, e a sua volta, “taglia” invece la Cecere, con cui sono emerse frequentazioni, che vede in lui un “buon partito”. Il rifiuto, si legge nella sentenza, sarebbe percepito da quest’ultima come “uno schiaffo a mano aperta per il suo orgoglio di giovane donna”, “un’offesa indigeribile”. Quella mattina, quando la donna si presenta nello studio per un chiarimento, sarebbe in preda “a un coacervo di emozioni e frustrazioni”, che comprendono la “gelosia” per quella “paesana”, ai suoi occhi colpevole di occupare una posizione sociale migliore.Per anni Soracco, e i suoi familiari, hanno negato la conoscenza di Annalucia Cecere, ma questa versione è stata smentita per i magistrati da tanti elementi concordanti. Dopo la riapertura delle indagini la criminologa Antonella Delfino Pesce ha riferito di come lo stesso Soracco le avesse parlato di Cecere come di una donna “pazza” e “pericolosa”, non esattamente le parole che si usano per uno sconosciuto. Le coperture e i silenzi di Soracco gli sono valsi una condanna per favoreggiamento.L'articolo “Nada Cella fu uccisa per rancore, gelosia e invidia sociale”: le motivazioni della condanna di Anna Lucia Cecere per il delitto di 30 anni fa proviene da Il Fatto Quotidiano.