di Giuseppe Gagliano – Secondo John Mearsheimer, politologo statunitense e studioso di relazioni internazionali, il punto decisivo non è la propaganda americana sul cessate-il-fuoco, ma il fatto che Donald Trump, nel giro di poche ore, sarebbe passato dalla minaccia di annientare la civiltà iraniana all’accettazione di negoziati fondati sul piano iraniano in dieci punti. Per Mearsheimer, proprio questa brusca inversione segnala una verità politica elementare: Washington avrebbe cercato una via d’uscita non perché in controllo della situazione, ma perché incapace di reggere l’escalation. La tesi è netta: gli Stati Uniti non avrebbero ottenuto nessuno dei quattro obiettivi annunciati all’inizio del conflitto, cioè cambio di regime a Teheran, fine della capacità di arricchimento nucleare, smantellamento dei missili balistici a lungo raggio e interruzione del sostegno iraniano a Houthi, Hezbollah e Hamas. Per questo Mearsheimer parla apertamente di sconfitta americana e di sconfitta ancor più grave per Israele. Hormuz, il vero fronte della guerra.La chiave strategica dell’analisi di Mearsheimer è lo Stretto di Hormuz. L’Iran, pur uscendo devastato da anni di sanzioni e dai danni materiali del conflitto, avrebbe acquisito un potere contrattuale enorme proprio grazie alla capacità di condizionare il traffico energetico mondiale. Mearsheimer insiste su un punto: Teheran non esce indenne, anzi dovrà spendere miliardi per ricostruire, ma dispone ora di una leva che prima non aveva in questa misura. Se a ciò si aggiunge la capacità degli Houthi, alleati dell’Iran, di minacciare anche Bab el Mandeb e quindi il traffico dal Mar Rosso, si comprende come la guerra abbia trasformato il sistema dei passaggi marittimi in una formidabile arma geopolitica. È qui che la dimensione regionale si rovescia in dimensione geoeconomica globale: non conta solo chi bombarda meglio, conta chi può strangolare logistica, fertilizzanti, petrolio e gas. L’America scopre i limiti della propria forza.Mearsheimer sostiene che la pressione decisiva su Trump non sarebbe venuta anzitutto dal campo di battaglia, ma dal rischio di precipitare in una crisi economica mondiale. Sul piano militare, tuttavia, il giudizio è altrettanto duro: non esisterebbe, nella sua lettura, una vera opzione terrestre, navale o aerea capace di trasformare il conflitto in una vittoria americana. L’escalation sarebbe stata sempre più costosa e sempre meno gestibile. Anche la presenza statunitense nel Golfo, pilastro della potenza americana dagli anni Novanta in poi, ne uscirebbe ridimensionata. Mearsheimer richiama il dato delle tredici basi americane nella regione, descritte come distrutte o gravemente danneggiate, e ne trae una conclusione strategica: gli Stati Uniti restano una grande potenza in termini materiali, ma la loro capacità di proiettare forza e intimidire avversari e alleati subisce un colpo profondo. In altre parole, non crolla la massa della potenza americana, crolla la sua credibilità operativa. Israele, da motore della guerra a problema per Washington.Uno dei passaggi più duri dell’intervista riguarda il ruolo israeliano. Mearsheimer afferma che a spingere Trump verso la guerra sarebbe stata soprattutto la leadership israeliana, convinta di poter ottenere una vittoria rapida e decisiva. Ma una volta aperto il conflitto, Israele avrebbe continuato a sabotare anche la possibilità di un vero cessate il fuoco, mantenendo aperto il fronte libanese contro Hezbollah. Da qui una doppia conseguenza. La prima è politica: negli Stati Uniti, quando una guerra si perde, l’opinione pubblica torna sempre alle cause e cerca i responsabili. La seconda è strategica: se Israele conclude che l’Iran non può essere fermato con mezzi convenzionali, allora il rischio di una riflessione sull’opzione nucleare diventa, nel ragionamento di Mearsheimer, meno impensabile di quanto si voglia ammettere. È il punto più inquietante della sua lettura: la guerra non chiude il dossier iraniano, lo radicalizza. Trump indebolito, Vance come ultima carta.Per Mearsheimer, il conflitto non danneggia solo la posizione esterna degli Stati Uniti ma colpisce al cuore la presidenza Trump. Il leader che si era presentato come l’uomo abbastanza forte da evitare le guerre infinite diventa il presidente di una guerra sciocca e perdente. La sua base si divide, vecchi alleati mediatici si allontanano, e la tentazione di scaricare sugli europei la responsabilità del fallimento appare quasi inevitabile. In questo quadro, Mearsheimer vede in J.D. Vance una possibile figura di contenimento, l’unico in grado di negoziare una chiusura del conflitto, pur al prezzo di una “pace umiliante” che gli costerebbe cara sul piano interno davanti ai neoconservatori repubblicani. È un passaggio importante perché mostra come la crisi mediorientale stia diventando anche una guerra civile strategica dentro il campo occidentale. Europa e NATO, alleanze logorate dalla sconfitta.La parte forse più significativa per noi europei riguarda la NATO e il rapporto transatlantico. Mearsheimer ritiene che Trump cercherà un capro espiatorio e che quel capro espiatorio saranno gli europei. Il messaggio politico sarebbe semplice: abbiamo perso perché i nostri alleati non ci hanno sostenuto abbastanza. Anche se l’Alleanza non venisse formalmente sciolta, uscirebbe così indebolita da diventare quasi priva di significato. Gli europei, nel suo ragionamento, dovranno allora fare i conti con una realtà che hanno sempre cercato di rinviare: senza il “ciuccio americano”, come lui lo definisce provocatoriamente, dovranno pensare da soli alla propria sicurezza e, prima o poi, imparare a convivere sia con la riduzione della protezione americana sia con la Russia. Qui il discorso va oltre l’Iran e investe l’intero edificio occidentale.L’Ucraina sullo sfondo di un ordine già cambiato.Mearsheimer lega direttamente la guerra contro l’Iran alla prospettiva del conflitto ucraino. La sua previsione è che Washington non avrà né la volontà né le scorte per rilanciare davvero il sostegno militare a Kiev. Anzi, Trump potrebbe usare anche il futuro collasso ucraino per accusare ancora una volta l’Europa. Nel frattempo, la Russia beneficerebbe sia del bisogno mondiale di petrolio russo sia della minore disponibilità di armi americane da trasferire agli ucraini. Quanto alla Cina, essa guadagnerebbe non perché improvvisamente più forte in senso assoluto, ma perché l’America, consumata dal Medio Oriente, avrebbe meno risorse e meno credibilità per contenerla in Asia orientale. È in questo senso che Mearsheimer conclude che il mondo non sarà più lo stesso: non perché gli Stati Uniti cessino di essere potenti, ma perché la guerra avrebbe accelerato il passaggio da un ordine centrato sulla supremazia americana a un mondo apertamente multipolare, nel quale la potenza di Washington resta enorme ma la sua libertà d’azione si restringe.Il significato storico della sconfitta.La forza dell’argomentazione di John Mearsheimer sta qui: una guerra perduta non cambia solo una linea del fronte, cambia la psicologia delle alleanze, la percezione della deterrenza, il valore delle basi, la tenuta dei mercati, la fiducia degli alleati e l’audacia degli avversari. L’America, dice in sostanza, non esce distrutta ma esce ridimensionata nella sua capacità di comandare. L’Iran non esce vincitore nel senso classico, perché paga un prezzo altissimo, ma ottiene il risultato politico decisivo: sopravvive, conserva i propri strumenti di pressione e costringe Washington a negoziare da una posizione di debolezza. È per questo che, nella lettura di Mearsheimer, la data spartiacque non è solo quella dell’inizio della guerra, ma quella in cui gli Stati Uniti hanno capito di non poterla vincere. Da quel momento, il problema non è più l’Iran. Il problema diventa l’ordine mondiale dopo il fallimento americano.