‹ › 1 / 4 Vue de l'exposition, Nicolas Polli ‹ › 2 / 4 Vue de l'exposition, Sabine Hess et Nicolas Polli ‹ › 3 / 4 Stacked from 16 images. Method=C (S=1) Stacked from 16 images. Method=C (S=1) ‹ › 4 / 4 Vue de l'exposition, Aldo Mozzini, Grottino V, 2026 Fine marzo. A Le Locle, sotto la neve, nel cantone svizzero di Neuchâtel vicino al confine con la Francia, le cose non solo rallentano: si mettono d’accordo. Non è una banalità meteorologica. È proprio che la neve, con quella sua ostinazione a smussare gli angoli, costringe anche le idee a fare lo stesso. E così capita che una vecchia filastrocca, invece di restare al suo posto, torni a bussare alla porta della nostra memoria distratta di gente ipertecnologica del terzo millennio.“Per fare tutto, ci vuole un fiore” cantava, ai bambini veri e agli adulti rimasti (per fortuna) un po’ bambini dentro, Sergio Endrigo su parole di Gianni Rodari. La intonavamo senza pensarci troppo, negli anni Settanta, che è poi il modo migliore per dire cose complicate. Adesso la chiameremmo sostenibilità, economia circolare. Qui, a pochi treni da Ginevra, quel ritornello smette di essere una citazione e diventa una mostra. “Pour tout faire, il faut une fleur”, il suo titolo francese, in corso al Musée des Beaux-Arts di Locle: il tipo di progetto che parte semplice e poi, con calma elvetica, si complica quel tanto che basta. Perché il punto non è il fiore: è tutto quello che lo precede, lo segue, lo rende possibile. Il museo in questione, del resto, sembra averci preso gusto a questa idea di movimento. Non è più un posto dove le opere si accomodano.Da quando Federica Chiocchetti ne ha assunto la direzione, il Mbal ha smesso di essere un archivio ben tenuto per diventare una sorta di conversazione continua. Anche un po’ eterodossa, quando serve. La nuova mostra si iscrive in questa filosofia: rimescola, fa incontrare chi fino a ieri non condivideva le stesse pareti. E qui entra in scena anche Nicolas Polli, curatore di “Per fare tutto, ci vuole un fiore”. Lui è un attraversatore seriale di discipline. Fotografo, grafico, docente, editore. Gli affidano la mostra e lui evita con cura il risultato finale. Si concentra sul processo. Che oggi, curiosamente, è quasi un atto sedizioso. E infatti, dentro le sale, accade qualcosa di leggermente destabilizzante: le opere non si presentano mai come definitive. Si fanno e si disfano, si citano, si correggono. I materiali di recupero non fingono di essere altro; gli oggetti conservano le tracce, come certe case vissute bene; le immagini sembrano sempre sul punto di cambiare idea.C’è il gioco di palingenesi perpetua di Peter Fischli e David Weiss; c’è Enzo Mari, che continua a ricordare, senza alzare mai la voce, che progettare significa lasciare spazio all’imprevisto. Ci sono traiettorie più giovani, meno desiderose di cristallizzarsi, di storicizzarsi. L’ironia appena inclinata di Jeanne Jacob apre piccole fratture nell’immaginario; le tensioni materiche di Aldo Mozzini portano in superficie quello che di solito resta dietro; Ruth van Beek e Alina Frieske costruiscono paesaggi visivi che sembrano ricordi senza esperienza, o viceversa. E poi, quasi senza avviso, la scala cambia.Nell’atelier ricostruito di Polli (tra immagini, regole condivise, frammenti di quotidianità intrecciati anche con la presenza di Sabine Hess), la mostra si avvicina. Diventa domestica, nel senso più serio del termine. Parla di convivenza, di compromessi silenziosi, di quel lavoro invisibile che tiene insieme le cose. Anche il catalogo si comporta di conseguenza: cinque fogli da piegare. Nessun oggetto definitivo, nessuna autorità editoriale. Se vuoi capirci qualcosa, devi metterci le mani. Letteralmente. Un gesto semplice, quasi infantile, e quindi perfettamente coerente col titolo stesso dell’esposizione.Fuori, intanto, la neve continua a cadere. Cancella i contorni, ma non le connessioni. E tornando verso l’aeroporto di Ginevra, viene il sospetto che la Svizzera (quella metronomica, composta, neutrale), stia in realtà coltivando una forma di inquietudine molto disciplinata. Una scena artistica che non ha bisogno di alzare la voce perché ha già deciso di lavorare in profondità. Come un fiore sotto la neve.L'articolo La mostra che trasforma ‘Per fare tutto ci vuole un fiore’ in arte contemporanea proviene da Il Fatto Quotidiano.