Custodia cautelare, altro che riforma tecnica: qui siamo davanti a una scelta politica precisa

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Come si fa a non essere d’accordo con la premier Meloni allorquando, in occasione dell’informativa alla Camera sull’azione di Governo, nel commentare l’esito del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, ha auspicato che il tema non venga abbandonato?Meloni ha anche affermato: “I problemi sul tappeto rimangono e abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose ed efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione con la magistratura”. Tuttavia, la concordanza con le affermazioni della presidente del Consiglio, sacrosante in linea di principio, subisce una brusca battuta d’arresto quando si esaminano le soluzioni proposte, quelle contenute nel cantiere aperto con la riforma promossa dal ministro della Giustizia.Se la riforma targata Nordio si guarda senza paraocchi e con la lente di ingrandimento della situazione di grave criticità che attraversano gli uffici giudiziari, emergono forti perplessità circa la volontà effettiva da parte di questo governo di indirizzare la politica giudiziaria nella direzione auspicata da tutti i cittadini: assicurare una giustizia più efficiente, e, in particolare, la definizione in tempi ragionevoli dei procedimenti civili e penali.Tuttavia, altre sembrano essere le preoccupazioni che muovono il governo Meloni, laddove si assiste ad una progressiva disarticolazione degli strumenti che permettono allo Stato di contrastare il potere illegale, soprattutto quando questo si annida proprio dove dovrebbe essere più controllato.L’ultima tessera di questo coacervo di modifiche normative è la riforma della disciplina relativa alla custodia cautelare. Sulla carta viene giustificata e propagandata come un rafforzamento delle garanzie: collegialità nella decisione, interrogatorio preventivo dell’indagato. Nella realtà finisce per creare un meccanismo che rischia di incepparsi prima ancora di partire. Nei grandi tribunali forse si troveranno soluzioni organizzative adeguate, ma nei piccoli uffici giudiziari – già al collasso tra carenze di organico e arretrati cronici – la previsione di un collegio di Gip per decidere misure urgenti è un lusso che non ci si può permettere.Non è difficile immaginare quali saranno le conseguenze: tempi che si allungheranno a dismisura, procedure che si complicheranno, interventi giudiziari che salteranno, ovvero si concretizzeranno quando di fatto saranno già cessate le esigenze cautelari che giustificavano l’applicazione della misura cautelare. E la custodia cautelare, piaccia o non piaccia, vive di tempestività. Serve quando c’è il rischio concreto che le prove vengano inquinate, che l’indagato fugga, ovvero che torni a delinquere. Inserire un passaggio preventivo che avvisa di fatto chi è sotto indagine significa sterilizzare proprio quelle esigenze cautelari che la legge dichiara di voler tutelare. È come annunciare un blitz prima di farlo.Il problema è che questa misura non arriva isolata, in quanto si inserisce in una sequenza coerente. Prima l’abolizione dell’abuso d’ufficio, salutata come liberazione dei sindaci – e non solo – ma che ha prodotto un vuoto normativo su comportamenti opachi nell’esercizio del potere. Poi la stretta sulle intercettazioni, sempre più limitate, sempre più difficili da utilizzare, proprio mentre la criminalità organizzata affina strumenti e linguaggi per sfuggire ai controlli. Infine il ridimensionamento del traffico di influenze, altra norma depotenziata fino a diventare poco più che simbolica.Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia tenerli ben aperti: si restringe progressivamente il perimetro entro cui è possibile indagare e perseguire i reati legati al potere, alla corruzione, alle relazioni opache tra pubblico e privato. E ora si assesta un colpo mortale ad uno degli strumenti chiave per intervenire nelle fasi iniziali delle indagini, quando prevenire è ancora possibile.La narrazione ufficiale parla di garantismo. Ma qui il garantismo appare a senso unico: molto accentuato quando si tratta di limitare l’azione dei magistrati, particolarmente nel contrasto ai reati dei potenti; molto meno quando si tratta di garantire i cittadini rispetto a reati che incidono sulla vita quotidiana. Perché indebolire la custodia cautelare non colpisce solo i colletti bianchi: rende più difficile intervenire anche contro la criminalità comune e organizzata, quella che agisce sul territorio, che intimidisce, che si infiltra nei gangli dell’amministrazione pubblica.C’è poi un elemento che sfugge al dibattito pubblico: la distanza tra la norma e la sua applicabilità concreta. Le riforme si scrivono nei ministeri, ma si scontrano con le situazioni critiche e i problemi che vivono i tribunali reali, dal momento che le riforme camminano sulle gambe dei magistrati e del personale giudiziario, e devono fare i conti con le risorse limitate di cui dispone l’apparato giudiziario. Pensare che uffici con pochi magistrati possano garantire decisioni collegiali rapide e disporre misure urgenti significa ignorare – o fingere di ignorare – la realtà.Alla fine resta una domanda semplice, alla quale i cittadini vorrebbero una risposta da parte della politica: chi beneficia davvero di questo insieme di interventi? Perché se l’effetto è rendere più difficile l’accertamento, la prevenzione e la punizione dei reati che destano allarme sociale, allora il prezzo lo pagano i cittadini, mentre qualcun altro incassa il dividendo dell’impunità.Altro che riforma tecnica! Qui siamo davanti a una scelta politica precisa: arretrare sulla capacità dello Stato di intervenire dove il potere devia, non con un provvedimento adottato una tantum, bensì pezzo dopo pezzo, norma dopo norma, come una sorta di medicina mitidratica, che, assunta a piccole dosi, non viene più riconosciuta dall’organismo malato.L'articolo Custodia cautelare, altro che riforma tecnica: qui siamo davanti a una scelta politica precisa proviene da Il Fatto Quotidiano.