“Oggi, ormai per quattro professioni su cinque vengono richieste competenze green alte o molto alte. C’è un intero mondo del lavoro, insomma, che sta andando in quella direzione, una specie di fiume carsico che non si vede ma che dimostra che la transizione ecologica è già in corso da un pezzo”. Marco Gisotti, giornalista e divulgatore scientifico, è autore – con Tessa Gelisio – di Green Jobs. Come transizione ecologica e intelligenza artificiale stanno cambiando il lavoro (edizioni Ambiente). Il libro nasce dall’incrocio dei dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere, il più importante database di rilevamento della domanda di lavoro in Italia, e dei dati Istat, in modo da selezionare le 100 professioni più richieste del mercato del lavoro da qui al 2030, dal settore dell’edilizia a quello della chimica fino a quello amministrativo. “Oggi adottano processi green anche le aziende che non si dichiarano ufficialmente tali”, continua l’autore, “nel senso che se possono risparmiare, riducendo gli impatti e i costi ma tenere alta la qualità, lo fanno perché sarebbe assurdo non farlo. Non è una questione ideologica”.Può farci qualche esempio di lavoro green?Ci sono professioni nuove e professioni che vengono rinnovate. Ad esempio, il muratore – che si pensa essere una professione basica – oggi lavora con nuove tipologie di materiali performanti e nuovi criteri energetici; il tecnico agricolo deve lavorare con delle sensoristiche digitali, utilizzare i droni, conoscere i dati della sua produzione. Ma persino i cuochi dei ristoranti e delle grandi mense devono gestire il flusso delle materie prime riducendo gli sprechi e conoscere benissimo il mercato della qualità e della tipicità. Poi, ovviamente, ci sono gli installatori di fotovoltaico, i tecnici dell’efficienza energetica, specialisti del riciclo, i data analyst ambientali etc.C’è una questione di formazione?Certamente. Sappiamo che più della metà di tutte queste figure sono di difficile reperibilità, questo significa che sul mercato del lavoro c’è un doppio problema. Anzitutto, serve una formazione che sia al tempo stesso più specializzata, ma che abbia anche una visione d’insieme. In questo senso sia le scuole secondarie superiori, sia le università che gli ITS Academy devono essere performanti e devono saper orientare meglio i giovani in modo che abbiano idee chiare. Ci sono, per esempio, programmi come GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) del ministero del Lavoro per chi è disoccupato per ottenere nuove competenze e tornare sul mercato.Il secondo problema a cui accennava?Quello della denatalità, ossia che in Italia mancano letteralmente esseri umani: non nascono. Ci sono ambiti dove le persone fisicamente non ci sono, oltre che alcune aree del paese che rimangono vuote. Bisognerà assolutamente pensare a formare migranti che entrino nei circuiti del lavoro in maniera più performante. Le faccio un esempio: mancano ottantamila autisti di autobus pubblici, il che significa che per molti bambini lo scuolabus potrebbe non passare. Mancano anche autisti di camion, che oggi devono guidare mezzi in apparenza simili, ma che hanno tecnologie sempre più evolute, che portano a una efficienza maggiore dei motori, e che hanno una guida diversa. Cominciano anche ad arrivare mezzi con l’idrogeno, quindi anche nel caso degli autisti servono competenze verdi.L’intelligenza artificiale che ruolo ha in questo quadro?Come qualunque rivoluzione tecnologica porta alla perdita di alcuni posti di lavori, al miglioramento di altri o alla creazione di nuove competenze. Rischiano le mansioni standardizzabili e ripetitive, ma in altri settori l’IA diventa un’implementazione, è come un motore di ricerca che velocizza il lavoro e dà la possibilità di sperimentare più strade. Anche per la transizione ecologica l’IA è un potente alleato, pensiamo ai monitoraggi satellitari sull’inquinamento, o a quelli dell’aria, ma anche al meteo o al controllo dei consumi energetici. Ormai la transizione ecologica e quella digitale vanno di pari passo, proprio perché la digitalizzazione ci permette di essere più efficienti e quindi consumare meno. Le istituzioni devono governare questi processi e far sì che i lavoratori di certi settori che l’IA rende obsoleti siano reintegrati nel mercato del lavoro, magari in altri settori.Di questo si parla pochissimo nel nostro dibattito pubblico. Sì, perché ci si concentra o sul tema dell’IA come “mostro” che mangia i lavoratori oppure sulla difesa salariale, cioè su un dibattito di tipo sindacale che è giusto ma che non si occupa del tema della qualità interna del lavoro e della produzione. Comunque, di sicuro oggi l’aspetto ecologico e quello sociale devono andare di pari passo.Concludendo, che tipo di consiglio darebbe a un ragazzo? Fare l’università o una formazione più tecnica, di tipo ecologico?Sicuramente gli suggerirei di capire cosa gli piace di più e cosa è più bravo a fare. Poi di seguire i percorsi per l’orientamento nelle scuole. Dopo di che si può scegliere sia una strada più professionalizzante, sia un liceo classico. Dopo le superiori una buona opportunità sono gli ITS Academy, percorsi di due anni che specializzano ad altissimo livelli. Penso a quella sulla mobilità sostenibile di Catania, che ha il 100% di assunzioni alla fine del percorso. C’è poi la rivoluzione del 4+2, quel percorso formativo che sta dando ottimi risultati. Circa l’università, infine, dipende: ad esempio ci sono settori come la chimica dove c’è una fame enorme di lavoratori, ma pochi studenti che la scelgono. Però ci si può specializzare anche post lauream, penso ad esempio ai master dedicati all’ambiente delle professioni giuridiche. La specializzazione sui fronti della sostenibilità e della transizione oggi è richiesta nell’ottanta per cento dei casi. Ecco perché paga sempre.L'articolo Ambiente e lavoro, l’esperto: “La specializzazione sui fronti della sostenibilità è richiesta nell’80% dei casi” proviene da Il Fatto Quotidiano.